Il sessismo nei tribunali c’è ancora, riguarda oggi soprattutto le sentenze. Nelle motivazioni scritte dai giudici che hanno negato l’ergastolo al killer di Carol Maltesi (condannato a 30 anni), leggiamo che la vittima di femminicidio era “disinibita” e che lui “si sentiva usato”. O che la cosiddetta “palpata breve” non è reato. O ancora più recente, il datore di lavoro, accusato di molestie, assolto e la dipendente “complessata”. E poi ancora si è scritto che la vittima era “troppo brutta e mascolina”. Nel 1999 la clamorosa sentenza dei jeans: non poteva essere stupro perché quei pantaloni non si possono togliere “senza la fattiva collaborazione di chi li porta”.
Gli esempi potrebbero continuare. Non è un caso se l’Italia sia stata più volte condannata per sessismo nelle sentenze dal Comitato Cedaw dell’Onu e dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Le motivazioni sono impregnate di pregiudizi sessisti ai danni delle donne e questo non fa che perpetuare la vittimizzazione secondaria, la minimizzazione e la normalizzazione della violenza maschile sulle donne. “In alcune sentenze – afferma l’avvocata Teresa Manente, responsabile dell’Ufficio legale di Differenza Donna – è come se la violenza fosse la reazione a un comportamento delle donne. La verità è che non si accettano le conquiste di libertà e i diritti delle donne. La violenza di genere è il prodotto di una ribellione delle donne”.
Differenza Donna svolge da anni formazione anche per i giudici nei tribunali. “Il problema è che debbono essere istituiti corsi di formazione obbligatori in maniera continua e sistemica per magistrati, operatori delle forze dell’ordine, servizi sociali, operatori sanitari – afferma l’avvocata Teresa Manente -. Perché solo conoscendo il fenomeno e capendone le cause culturali e storiche possiamo veramente avere un’applicazione delle leggi nazionali che seguono i principi delle leggi internazionali come la Convenzione di Istanbul e la Convenzione Cedaw”.
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