il reportage
A Izmail tra le macerie del porto fluviale: così la Russia blocca l’altra strada del grano
ODESSA — Si spara, sul grano che sfida il blocco del Mar Nero. Colpi d’avvertimento sono stati esplosi ieri da una fregata russa per fermare il mercantile turco Sukru Okan, battente bandiera dell’arcipelago micronesiano di Palau: secondo Mosca era diretto verso il porto danubiano ucraino di Izmail. È la prima volta che si passa dalle minacce alle raffiche, in questa sfida del mare ogni giorno più torrida.
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Il ministero della Difesa russo dice che la sua vedetta Vasily Bykov, di pattuglia nel Mar Nero, ha intercettato il mercantile il cui comandante non ha risposto alla richiesta di fermare la nave per controlli. Dopo la raffica di avvertimento le teste di cuoio di Mosca sono planate sulla tolda del mercantile da un elicottero e hanno ispezionato la nave. Alla fine, non avendo trovato materiale bellico il mercantile ha avuto il permesso di continuare la navigazione.
La nave è diretta ora al porto romeno di Sulina, sulla costa del Mar Nero: è il portale del grano ucraino. Si trova alla foce del canale omonimo nel delta del Danubio, che costituisce la via d’acqua più usata dalle navi che raggiungono e provengono dai porti ucraini sul grande fiume, come Reni e Izmail: permette di evitare il corso principale del fiume, che scorre sulla linea del confine tra Ucraina e Romania, usando il canale navigabile in territorio romeno, dunque in area Nato.
L’incidente è avvenuto a poche miglia delle acque territoriali turche da cui proveniva, al largo della costa bulgara. «Stiamo indagando – dice Ankara – chiaramente è un altro atto ostile» da parte della Russia.
Il contesto è quello nato alla fine dell’accordo sui corridoi del grano: dopo il 17 luglio Mosca avvertì che avrebbe considerato «qualsiasi nave mercantile diretta verso le sponde ucraine come una potenziale minaccia». Kiev rispose specularmente per le navi dirette ai porti russi e a quelli nei territori occupati del Mar Nero. Dalle minacce ai fatti, Kiev ha centrato con i droni marittimi la nave d’assalto “Olenegorskij Gornjak” e la superpetroliera “Sig”, sotto sanzioni perché riforniva da anni la base militare russa di Tartus in Siria. E Mosca ha replicato bombardando le infrastrutture civili a Odessa, negli altri porti del Mar Nero e in quelli di Reni e Izmail sul Danubio.
Ma nemmeno questa volta Kiev ha abbozzato: alla prova di forza russa ha reagito ancora con determinazione. Non solo ha accelerato la creazione di una via d’uscita terrestre verso l’Europa per il suo grano, finanziata da Bruxelles, ma nei giorni scorsi ha annunciato l’avvio di un corridoio umanitario unilaterale autorizzando tutte le navi disposte ad assumersene la responsabilità — non potendo garantire la sicurezza — a lasciare i porti ucraini sotto la supervisione delle sue Forze armate. Lo faranno, dice, in completa trasparenza, sotto l’occhio delle telecamere. Ora è arrivata la risposta russa.
Sotto il tavolo militare, che è l’aspetto più evidente di questa sfida del Mar Nero, si gioca una partita economica decisiva. Russia e Ucraina sono due dei principali produttori agricoli mondiali, primi nei mercati del grano, dell’orzo, del mais, della colza, dell’olio di colza, dei semi di girasole e dell’olio di girasole. L’Ucraina ha già raccolto 23 milioni di tonnellate di grano quest’anno e prevede di arrivare a 77, in aumento del 5%. Venti milioni servono per il mercato interno, il resto è oro per i suoi latifondisti ma anche per le disastrate casse statali, che si reggono sugli aiuti internazionali. Ma ogni minaccia di colpire o anche solo di bloccare un viaggio fa impennare il costo dei noli e delle assicurazioni, alzando i costi per Kiev e rendendo più conveniente il grano russo. Quello che ha fatto Mosca, dice il portavoce del Presidenza ucraina, Mikailo Podolyak, «è una violazione assoluta del diritto marittimo internazionale, un atto di pirateria e un crimine contro navi civili di un paese terzo nelle acque di altri stati».
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