NICOLA CALZARETTA, DALLA SUA PAGINA FACEBOOK DEL 17 MAGGIO 2022
Giorgio Chiellini. Un mito in pantaloncini e maglietta (e turbante!). Lo saluto con il mio testo a lui dedicato e contenuto nel libro Il Guerriero della Juventus (Giglio, Cucci, editore NFC).
È un po’ lungo, ma credo che la sua lettura ne possa valere la pena.
Giorgio Chiellini. Livornese purosangue, nato il 18 agosto 1984. A Pisa. Un ossimoro da Vernacoliere. Ma non è uno scherzo, né un errore. Così è riportato nei documenti, nella patente, nell’Almanacco Panini. Tutto reale per una verità peraltro già scritta nel suo nome e cognome, il cui anagramma è: “Illogiche origini”. Provare per credere. Il motivo ormai è noto. “Colpa” del padre ortopedico e della zia ostetrica che “giocano” per l’Ospedale Santa Chiara di Pisa. E così sia. Giusto e solo per l’anagrafe, però. Perché per tutto il resto Giorgio è livornese di cima in fondo, passando per quel nasone che è pieno di curve e saliscendi come il meraviglioso lungomare del Romito.
Cinquecento partite e più con la maglia della Juventus. Centenario con la Nazionale. Capitano bianconero e azzurro. Gemello di Claudio, fratello di Giulia e Silvia. Marito di Carolina, babbo di Nina e Olivia le cui iniziali sono gli unici marchi tatuati sul suo corpo. Dottore in Economia e Commercio dal 2010, quindi Laurea “Magistrale” in Business Administration nel 2017 con una tesi sul bilancio della Juventus (110 e lode, e menzione di merito, tanto per rimanere al top anche lì).
“Migliore centrale al mondo” secondo Massimiliano Allegri, uno che lo conosce bene. Professore ad Harvard in Tecniche e strategie difensive per Josè Mourinho. Nel 2019 unico italiano nella nomination dei cinquantacinque candidati al World 11 della FIFA; il tutto a trentacinque anni, il più “vecchio” della lista. Nove scudetti più uno, una manciata di coppe e supercoppe domestiche e un campionato di Serie B con la Juve nel 2007.
Sì anche questo, anzi soprattutto questo nel “palmares” di Re Giorgio, perché lui tra i Cadetti c’è stato, trionfando. Prima della lunga parentesi bianconera, con il suo Livorno ha centrato la doppia promozione in B (2002) e in A (2004) e nel mezzo il titolo europeo con l’Under 19 (2003).
Un vincente nato. Non predestinato, attenzione. Una vita di progetti, traguardi, conquiste progressive, ma non ossessive. Un cammino che non si è mai fermato e che continua anche oggi perché mosso dalla passione vera. Un percorso di lavoro, impegno, sacrificio costante. Nessun regalo, un passo alla volta per migliorare e migliorarsi, critico severissimo e intransigente con se stesso (come un certo CR7: non si è campioni a caso). Un ragazzo venuto su con principi sani grazie a Lucia e Fabio, i genitori – sportivi anche loro in gioventù – che hanno saputo gettare semi di qualità in un terreno che è apparso fin da subito molto fertile. L’educazione. Parola chiave. Il rispetto del prossimo, altro must del bel vivere civile. Gli immancabili errori (perché ne ha fatti anche lui, mica è san Giorgio). E poi la formazione, le fondamenta per una vita strutturata e solida, in difesa come in attacco. La scuola – quella pubblica, ci mancherebbe altro – e lo sport (il tentativo con la musica ebbe vita breve). Con i libri che vengono prima del pallone, anche di quello da basket, perché a Giorgio, va detto, piace pure la pallacanestro che ha radici profonde a Livorno (e lui sogna davvero di fare le schiacciate a canestro).
Ma è il calcio ad avere la meglio. Cresce la passione di pari passo con il fisico e la determinazione, ne sa qualcosa babbo Fabio che esce stremato da quegli uno contro uno con il bimbone. Si fanno le prime scelte di cuore e mentre Claudio vira sulla Juve, Giorgio si innamora del Milan del suo idolo Maldini, maglia numero tre (prendere nota). La prima squadra dei gemelli è il “Livorno 9”, una delle tante piccole società del tessuto calcistico cittadino (il nove è il numero della circoscrizione della città). Giorgio non passa inosservato. Ha voglia, grinta, carattere. C’è sempre. È una garanzia: non si esaurisce mai, come le pile Duracell, zinco e carbone (“Dura di più”, recitava lo storico slogan dello spot televisivo, 1984, l’anno di nascita dei Chiellini’s). Calcia con il sinistro, è una forza della natura, ha coraggio da vendere. Ci vuole poco perché se lo accaparri il Livorno, quello vero. Ci va anche Claudio, hanno dodici anni.
A tredici, ecco la prima metamorfosi decisiva per il ricciolino dalla faccia simpatica: da centrocampista qual era, viene trasformato in terzino di fascia. E su quei binari mancini, sfonda. Entra nel giro nelle Nazionali e a sedici anni fa capolino in Prima Squadra dove ci sono califfi come Protti, Di Carlo, Piovani. Iniziano a soffiare anche le sirene inglesi (si veda alla voce Arsenal), respinte al mittente con tutto il loro carico ipnotico. È ancora un ragazzetto. Bene che stia a casa sua, almeno per un altro po’ e cresca con il suo Livorno. Intanto debutta in C1, giusto qualche apparizione e una bella ramanzina a reti unificate da mister Osvaldo Jaconi, quella volta che, causa persistente febbrone, non si era fatto vedere al campo per alcuni giorni. Pensava di non sbagliare, in totale buona fede. “Ma dove credi di essere? – lo rimbalzò il mister quando riapparve allo stadio – “Ti sembra normale non esserti mai fatto visitare dal dottore? Qui siamo professionisti, non bambini”. La manata, stile Bud Spencer, gli arriva dritta alla base della nuca. Un episodio chiave. Lo ricorda tuttora Giorgio come insegnamento fondamentale per la formazione.
Si cresce, e il giovane Chiellini viene su bene, seppure sia ancora un po’ sgraziato nei movimenti, e con qualche difficoltà a dosare l’enorme potenza di un fisico straripante. Ma ha appena diciotto anni. Seppure da comprimario, conquista la Serie B. È felice. Ma siamo solo agli inizi. Il 2003 è l’anno della prima svolta: si diploma la Liceo Enriques (92/100); vince l’Europeo Under 19 con la Nazionale; la Roma si prende metà del suo cartellino, ma soprattutto conquista un posto da titolare in Prima Squadra (il mister adesso è Walter Mazzarri). L’inizio, come capita spesso, è casuale: è l’indisponibilità del compagno ad aprirgli le porte dei primi undici. Il seguito è da gente che ha dei numeri e volontà, perché una volta entrato, Giorgio non esce più di squadra. Terzino sinistro con licenza di avanzare. Gioca sempre al massimo, non molla mai l’osso, è spigoloso e pungente. Fisicamente è una roccia, una roccia che corre fortissimo nella sua maglia amaranto. E dopo Piacenza-Livorno del 29 maggio 2004 (3-1 per Protti & Co) ecco il ritorno in A dopo cinquantacinque anni. Giorgio è il bimbo più felice di Livorno. Da tifoso, da livornese verace, vive da protagonista un sogno e quella partita rimane una delle più belle della sua carriera.
La gioia e la felicità vera del Giorgio-tifoso fanno a cazzotti con la consapevolezza dell’imminente addio del Chiellini-calciatore. Il ragazzo è combattuto, il suo cuore batte forte. Andrà alla Roma pensano tutti, lui compreso. E invece, ecco il colpo di scena. Fabio Capello, neo allenatore della Juve, stravede per il giovane livornese che nel frattempo è una pedina stabile dell’Under 21. La società bianconera si muove e giocando di sponda con il presidente del Livorno, riesce a beffare i giallorossi. Le buste per risolvere la comproprietà danno ragione a Spinelli che ha scritto tre milioni. Non sono soldi suoi, ma della Juve e così Chiellini, vent’anni, parte alla volta di Torino.
Ma c’è ancora una tappa intermedia prima dell’investitura finale. La rosa bianconera è ampia, per lui gli spazi sono pochi. Il rischio di un anno da passare tra panchina e tribuna è alto. Si decide per il prestito secco alla Fiorentina, sempre in A. Un po’ di tirocinio può fare bene a tutti. Giorgio sfrutta l’occasione alla grande. Per lui sarà una stagione molto positiva, sempre come terzino sinistro. Arrembante, fisico, potente. Titolare fisso. Esordio in A, il debutto nella Nazionale maggiore chiamato da Marcello Lippi, tre gol all’attivo (uno proprio a Buffon con esultanza incorporata, bravo Chiello!), la salvezza dei viola e l’immediato ritorno alla base. È il 2005, l’anno del matrimonio vero con la Juve. Che stavolta viene consumato. È la stagione dello scudetto poi rimosso. È il campionato che finisce con la condanna alla B per la Juve. Sono momenti di grande difficoltà. C’è disorientamento. Molti big se ne vanno, anche il suo idolo Cannavaro. Altri fuoriclasse rimangono, tra cui i freschi campioni del mondo Del Piero, Buffon e Camoranesi (per tacer di Trezeguet e Nedved). Rimane anche il giovane Chiellini. E Deschamps, il nuovo trainer bianconero, si affida a lui. Lo schiera sempre più spesso al centro della difesa. Per Giorgio è una novità. L’idea lo stuzzica. La marcatura corpo a corpo gli è sempre piaciuta. Tutto quello che è fisico, gli appartiene. E lo fa godere. Più di un gol segnato. Perché difendere è anzitutto cura, protezione delle cose più care, riparo sicuro. E poi un’arte. Ci vuole visione, immaginazione. Prevenire le mosse, anticipare la giocata. È un gioco di sguardi, è acrobazia di pensieri. Difesa, infine, è lotta. È contatto, gomiti, spintoni, testate. Tackle, scivolate, anticipi. Calci e calcioni, talvolta.
Juventus, dunque. Serie A, subito al primo colpo (e un paio di gol nella gara-promozione con l’Arezzo sono suoi). Ma tornare immediatamente competitivi non è semplice. Fanno fatica tutti, anche il ventitreenne Giorgio. Manca una leadership a livello dirigenziale. Chiellini è deluso dalla società. Ha i nervi tesi, ma deve presentarsi in conferenza stampa. Ci va. E nella cabina della sua testa ha il sopravvento il sentimento della rabbia (l’omino rosso di Inside Out che prende fuoco, giusto per darvi un’idea): “Se non servo più non c’è problema, vado via”.
Ci pensò il mister di allora, Claudio Ranieri, a rimetterlo in riga. Prima con una bella risciacquata di testa a secco davanti ai compagni, per poi ribadire il concetto a favore di telecamera. Un’altra di quelle lezioni imparate a memoria, che Giorgio non ha dimenticato, anzi. Annate complicate, si diceva, caratterizzate dal classico effetto montagne russe: rapide ascese, e precipitose scivolate verso il basso. Lui c’è dentro fino al collo. Ora al centro, ora riportato a sinistra. Non ha pace. Anche il fisico ogni tanto richiede lo stop per un tagliando in corsa. Sono stagioni tribolate. Quella con Delneri, ottima persona, è tra le più faticose, con la difesa a zona che balla paurosamente. È la squadra che non gira, manca la giusta organizzazione, mancano le giuste parole. Manca il timone dirigenziale. Sono momenti cruciali. Restare alla Juve o prendere altre vie? Il Real Madrid prima, poi anche il Manchester City si fanno sentire. Voci, rumors, trattative. Chiellini non cede. Il bianconero ormai gli appartiene, è una seconda pelle.
La Juventus è sempre più percepita come una famiglia. Ora più che mai che un Agnelli, Andrea, è tornato al comando della società e dopo un anno di prova, ha trovato la chiave di volta: si chiama Antonio Conte. 2011, la Juve rinasce con la guida dell’ex capitano che tocca le corde giuste. Ma i primi passi sono in salita. Ne soffre anche Giorgio, ancora una volta fatto rimbalzare dalla fascia al centro e viceversa. Fino all’invenzione della BBC: Barzagli, Bonucci, Chiellini (e Buffon alle loro spalle). La difesa a “tre”, il muro invalicabile, la santa alleanza. La base dell’incredibile rincorsa allo scudetto che si materializza a Trieste, il 6 maggio 2012. La vittoria della Juve contro il Cagliari per i tre punti decisivi, quelli che servono per staccare definitivamente il Milan.
Ancora nessuno lo sa, né lo può neanche lontanamente immaginare. Ma quel giorno inizia l’epopea della Juve del Terzo Millennio. Nove scudetti di fila, quattro Coppe Italia e altrettante Supercoppe italiane. Sempre con Giorgio Chiellini che, anno dopo anno, diventa ancora più importante, decisivo, esempio, emblema. Conte gli ha ridato entusiasmo, conoscenze tattiche e stimoli. Max Allegri calore, emozioni e una capacità di lettura della partita senza pari. Giorgio cresce costantemente. Si sgrezza, è meno irruento e falloso (per la cronaca, aldilà delle apparenze, due sole volte è stato espulso nella sua carriera juventina). Migliora tecnicamente, è più pulito, il nuovo gioco (anche con Allegri) prevede la partenza da dietro con i difensori chiamati a una maggiore partecipazione alla manovra. Difendere adesso è anche costruire. E Giorgio non si tira indietro, dando prova di umiltà e intelligenza per imparare cose nuove. Certo i duelli con Ibrahimovic, Suarez, Cavani e CR7 li porta nel cuore. Il suo ruolo romanticamente è quello dello stopper (e pazienza se sulle spalle il suo numero di targa è il tre, omaggio a Paolo Maldini). Lo 0-0 al Camp Nou nel ritorno di Champions League del 19 aprile 2017 contro il Barcellona di Leo Messi è per lui “La Partita”, ancor di più del 3-0 dell’andata che lo vide anche marcatore del terzo gol.
Già i gol, ci sono anche quelli. E poi, i pugni sul petto, per un’esultanza da King (Kong), immaginata in una serata livornese con gli amici di sempre. Ma quel che più conta è non far segnare l’avversario. Annullarlo, non farlo respirare, farlo girare a vuoto, stancarlo. Con intelligenza e astuzia, giocando più con la testa che con i muscoli. Con il tempo diminuisce la quantità dei falli, mentre aumenta il numero dei palloni toccati e dei passaggi compiuti. Gestisce benissimo il suo corpo che ascolta attentamente nella lunga doccia pre-partita (uno dei riti, lui li chiama inneschi, della fase che precede la gara). Distribuisce con maggior raziocinio le energie. Lavora di più e meglio sull’anticipo, sulla lettura della partita, sui movimenti dell’avversario, sulle azioni preventive. C’è studio vero degli avversari, c’è applicazione, c’è concentrazione, anche grazie ai momenti di solitudine, al silenzio o alla musica nelle cuffie, persino nella lettura prima di addormentarsi (sempre un tormento, specie dopo il match che gli ha consumato tutte le energie).
È così che si diventa campioni. Con il lavoro costante, con la voglia di sfidare e di sfidarsi. Con l’umiltà nel sapere riconoscere gli errori di campo per non ripeterli. Con il desiderio di superare l’asticella posta sempre più in alto. Con la forza di volontà di tornare a giocare dopo la rottura di un ginocchio, a trentacinque anni, un guaio che per moltissimi avrebbe significato addio al pallone. Per lui no. Ha ancora tanto da dimostrare, per primo a se stesso. Ha altri traguardi da conquistare. Il decimo tricolore consecutivo, per esempio. Per non parlare della Champions. E poi c’è ancora la Nazionale. Il bilancio a oggi è agrodolce, ma la partita azzurra non è ancora finita.
Ha fatto 500 in bianconero (510 per la precisione). È il capitano. È il simbolo della Juventus del Terzo Millennio. È un leader. Carismatico, ma non appariscente. Capace di gesti meravigliosi anche nei confronti dell’avversario appena sconfitto. Con le stampelle dopo il grave infortunio al ginocchio la sera del 31 agosto 2019 al fischio finale dell’arbitro, incrociò lo sguardo dolente di Koulibaly che a tempo scaduto aveva condannato il suo Napoli con un clamoroso autogol. Lo abbracciò in mezzo al campo. Un gesto spontaneo, bellissimo, esemplare. Da capoclan positivo e intelligente ha proposto il taglio dello stipendio per sé e compagni nei mesi del lockdown. In giacca e cravatta è sempre stato con la squadra anche durante la sua lunga convalescenza, ritiri compresi. Farà il dirigente, ha già iniziato a studiare la parte.
Giorgio Chiellini e la Juventus. Anzi, è la Juventus. Unico ad aver messo in fila i nove scudetti dell’era moderna. Andrea Barzagli ha smesso. Bonucci ha fatto da pendolare con Milano per un anno; lo stesso è capitato a Buffon sulla tratta Torino-Parigi la stagione scorsa. Lui c’è sempre: rotto, intero; sfasciato e fasciato. E quando si infila il turbante, dopo l’ennesima sanguinosa capocciata contro l’avversario di turno, e si mette di profilo con quel naso camuso segnato dal tempo e dalle fratture, ecco comparire in controluce l’immagine di Carlo Bigatto, pioniere di una Juve dei tempi eroici. Quelli con calotta in testa, mutandoni bianchi e maglie con i lacci al colletto. Quelli che si sta in campo finché c’è fiato, finché c’è un pallone da inseguire, finché c’è un avversario da bloccare, finché c’è un gol in più da fare. Con il cuore a strisce bianconere. Fino alla fine.
È arrivato il giorno. Questa sera un vortice di emozioni mi attraverserà.
La Juve per me è stata tutto. La mia giovinezza, l’esperienza, la maturità. La voglia di vincere, la gioia del trionfo, l’accettazione della sconfitta. L’ebrezza della sfida, il duello in campo, la mia testa sempre fasciata. E poi i campioni, dentro e fuori dal prato verde, gli allenatori, i dirigenti, tutte le persone dello staff… Uomini che sono passati lasciandomi sempre qualcosa. Qualcosa che ho avuto la cura di raccogliere, conservare e custodire.
Tre. Il mio numero. Ma anche le sensazioni che ora convivono nel mio animo.
GIOIA, per un’avventura finita così, per aver realizzato ogni sogno, immaginabile e non, e di rimanere per sempre nella storia di questo grande club.
SERENITÀ, di scegliere il momento giusto per salutare, di lasciare ancora a un livello consono rispetto a quello che sono stato, di aver condiviso tanti valori ed emozioni che nessuno potrà mai cancellare.
GRATITUDINE, per tutta la Juventus, per la famiglia Agnelli che mi ha adottato in tutti questi anni, per i miei affetti più cari e per tutte le persone a cui voglio bene, senza i quali non sarei la persona che sono adesso, perché loro sono stati una fonte inesauribile di supporto ed energia e mi hanno accompagnato sempre in questo lungo viaggio.
Mi ritrovo così davanti al più bello dei tramonti, provando a immaginare una nuova alba. Perché il viaggio non finisce. Non so ancora che cosa mi aspetti dopo. Ma saranno un altro tempo e un’altra storia. Questo invece è il momento dei saluti e di un’infinita e profonda gratitudine.
Grazie.
Grazie a tutti, ai tifosi e agli avversari.
Grazie per avermi accolto, sopportato, supportato.
Grazie per aver dato senso al significato della parola sogno.
Grazie, fino alla fine, grazie.
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