”Sento le pulsazioni di quei tifosi che la notte, dopo una partita del genere, hanno bisogno di farsi gli impacchi – spiega quindi il nostro – solo perché al di sopra dell’amata squadra in campo hanno visto librarsi l’altro piano, come il gioco dovrebbe essere e invece non è. Per questo per la scrittura il gioco del calcio è il più importante del mondo, perché quasi mai vince il migliore. Un gran divertimento per chi guarda da fuori, un dramma per chi osserva da dentro”. L’insoddisfazione stilistica è del resto una nota costante del vero scrittore nel suo difficile gioco con le parole.
”Compiti a casa” si intitola il volume qui ora tradotto in versione integrale, senza tagli e con gli otto pezzi mancanti alla prima edizione del 1970 (censurata e poi comunque ritirata dal commercio dalle autorità) e i tre aggiunti dopo da Hrabal.
Compiti in cui spesso sembra fare, alla sua maniera, i conti con se stesso, con la sua necessità per lo scrivere, il suo amore per i gatti, oltre che per la birra e le celebri, antiche birrerie della sua città dove lo si poteva andare a cercare.
”Come anticorpo contro la polarità coltivo una rumorosa solitudine. La birreria, ecco l’immagine della mia pace interiore, il contrario del ‘De tranquillitate animi’ di Seneca.
Nel mezzo del rumore e dei bicchieri e delle chiacchere scrivo come fossi a casa mia, dove ricevo una visita ogni ora e c’è mia moglie che cucina e fa il bucato”. E in un’intervista mette in relazione l’umorismo ceco con la vita di birreria: ”In birrerie come queste puoi conoscere molte persone interessanti.
L’umorismo in sostanza non è altro che un’oscillazione tra il reale e l’irrazionale delle loro vite. Nel nostro umorismo popolare io vedo un esempio di come resistere allo spleen dovuto all’eccesso di intellettualismo”.
Alcuni ricordi riguardano poi i suoi tanti mestieri e i libri che da quelle esperienze sono nati: ”Diventare capomanovra nelle ferrovie non è una cosa da niente” è l’inizio di un breve racconto e così ”Lì, dove lavoravo al macero della carta ne succedevano di tutti i colori” come imballare 15 quintali di Goethe ma poi 200 di opere complete di Stalin, ”ed erano pacchi grandissimi e per Praga giravano dei camion pieni di Stalin.
Imballati” e diretti al macero.
Scritti, come sempre in lui, di vita vissuta, ma che via via, tra interviste e riflessioni inattese, mostrano quanto la letteratura fosse suo punto di riferimento e così l’arte figurativa e quanto Praga fosse solo il luogo in cui indagare l’universale, il centro del mondo che ha però amato girare e scoprire. Eccolo allora a passeggio per Parigi (Al Café de la Paix con la voglia di un boccale di Pilzen), Londra, Berlino Budapest e New York parlando di Pollok, Turner o El Greco e invitando tutti a viaggiare, magari senza la sua ansia allora che la politica combinasse qualcosa per cui non potesse più tornare casa.
Insomma, una lettura affascinante, intelligente, curiosa, divertente, un bell’antidoto a quella ”carta da parti in movimento”, come definisce la televisione, dicendo che dovrebbe derivare da uno scritto di ”un esteta inglese che mi pare si chiamasse Elis”.
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