L’istituzione scolastica, nonostante le leggi, in questi anni “è stata messa a dura prova” e ora “è giunto il momento di fare blocco contro l’attacco politico” ed essere chiari: “non c’è posto per l’abaya nelle nostre scuole”, ha detto il responsabile all’Istruzione francese, Gabriel Attal richiamando il doveroso rispetto della laicità principio cardine della scuola pubblica francese fissato nelle leggi di Jules Fery fin dal 1881. Il dibattito torna ancora una volta ad accendersi sui diritti civili in un Paese come è quello francese risolutamente laico, ma con una delle comunità islamiche più numerose d’Europa secondo le stime, sono almeno 6 milioni i mussulmani. L’abaya molto diffusa nel Maghreb e nei Paesi del Golfo – hanno spiegato alcuni studiosi intervenuti sui canali Tv francesi in queste ore – non è un indumento direttamente legato al culto musulmano, ma “a una cultura”.
La legge n.28 del 15 marzo 2004 sull’applicazione del principio di laicità nelle scuole pubbliche era stata preceduta da un acceso dibattito nazionale poiché vietava in tutti gli istituti “segni o abbigliamenti attraverso i quali gli alunni manifestino palesemente un’appartenenza religiosa”. Non mancarono scontri e polemiche tanto da favorire il fiorire di istituti privati “confessionali”, mentre all’Assemblee Nationale fioccavano proposte per disincentivare l’utilizzo del burqa (il lungo velo afgano che copre anche il viso) o del niqab (il velo che lascia scoperto solo lo sguardo) in territorio francese.
L’allora inquilino dell’Eliseo Sarkozy liquidò la questione dicendo che nè l’uno nè l’altro erano più “benvenuti nella Republique” perché “segni di asservimento della donna”, umilianti per le donne. Poco dopo, nel 2010, un nuovo provvedimento legislativo, introdusse il divieto d’indossare gli indumenti tradizionali che coprono l’intera figura, impedendo l’identificazione della persona in luoghi pubblici come strade, parchi, mezzi di trasporto e, soprattutto, edifici amministrativi. E che nei paesi d’origine spesso nascondono armi.
Infine, più recentemente, è arrivato nel 2019 il divieto per le atlete islamiche d’indossare l‘hijab (il velo) nelle competizioni atletiche francesi. Una decisione adottata a maggioranza risicata ma che, ancora una volta, ha acceso il riflettori su un Paese che, anche in campo di gioco, non rinuncia ai principi repubblicani.
Il portavoce del Governo, Olivier Veran, ha spiegato a Bfmtv che l’abaya è un “abito chiaramente religioso” ma che Parigi l’aveva finora tollerato. Tuttavia, ha tagliato corto Veran, “non si va a scuola per fare proselitismo religioso ma per imparare”. Nuove dichiarazioni che, anche secondo il leader della sinistra francese, Jean-Luc Mèlenchon, serviranno solo a “polarizzare ulteriormente lo scontro politico e dare il via a un’assurda guerra di religione”, ha dichiarato sul suo conto X (ex Twitter).
Intanto sul ministro Attal e sul governo Borne tornano a piovere accuse di islamofobia da alcune frange della sinistra, da parte del mondo accademico e religioso.
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