“Ciascuno di noi è padrone del
proprio destino, così come ciascuno di noi, addetti ai lavori o
tifosi, deve poter essere libero di chiamare questa decisione
nel modo che ritiene più opportuno. Per me, per esempio, si
chiama vilipendio alla maglia azzurra”. In un lungo post su
Instagram con tanto di foto del nuovo Ct dell’Arabia Saudita, il
responsabile sport del Pd ed ex allenatore dell’Italvolley,
Mauro Berruto, critica la decisione di Roberto Mancini di
milionaria la sontuosa offerta saudita. “Ci ho dovuto pensare un
po’ su, non credo di aver ancora messo a fuoco bene le mie
sensazioni – spiega Berruto – Forse perché non posso essere
obiettivo, perché per tanti anni una Squadra Nazionale l’ho
allenata anche io. Prima ho sognato di farlo, poi ho lavorato
per anni in ruoli di staff, infine ho avuto in sorte il
privilegio di fare il CT e portare la Squadra Nazionale del mio
Paese ai Giochi Olimpici. Anche nel mio caso quella irripetibile
storia finì con delle dimissioni, il 29 luglio 2015. Ricordo
ogni istante, con un dolore di cui parlai allora, che non passa
e credo non passerà mai. Rassegnai le dimissioni spiegando il
perché, con una lettera dove scrivevo che ritenevo (e ancora
ritengo) alcuni valori non negoziabili: il rispetto delle regole
e della maglia azzurra. Lasciai la Nazionale e anche la
pallavolo, perché sapevo che non sarebbe stato possibile, con
qualsiasi altra esperienza pallavolistica, avvicinarsi neanche
lontanamente a quello che la maglia azzurra mi aveva dato e che
ha rappresentato la più incredibile delle mie esperienze.
Iniziai a fare altro. Sono passati otto anni e ancora faccio
altro, non so se mai tornerò alla pallavolo. Commentare le
dimissioni del CT della nazionale di calcio, nove giorni dopo
essere stato incaricato della direzione tecnica delle nazionali
giovanili e, 20 giorni più tardi, presentarsi come nuovo CT di
una nazionale senza storia calcistica a fronte di un contratto
imbarazzante per quantità di denaro è – conclude Berruto – una
scelta legittima. Ci mancherebbe. Forse semplicemente sbagliavo.
Forse tutto, davvero tutto, è negoziabile. O forse no”.
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