di Fausto Gasparroni
Incontrando i vertici istituzionali,
le autorità e la società civile della Mongolia, nel suo secondo
giorno nella capitale Ulan Bator, papa Francesco lancia un forte
messaggio sia per la costruzione nel mondo “di un avvenire di
pace”, sia sul “non più rimandabile impegno” per la salvaguardia
del pianeta. Al Palazzo di Stato dove incontra il presidente
Ukhnaagiin Khürelsükh, il giovane premier (43 anni)
Luvsannamsrai Oyun-Erdene e il presidente del Parlamento (Grande
Hural di Stato), Gombojav Zandanshatar, il Pontefice rende tra
l’altro omaggio alla statua di Gengis Khan, fondatore
dell’Impero mongolo, e verga nel Libro d’onore: “pellegrino di
pace in questo Paese giovane e antico, moderno e ricco di
tradizione, sono onorato di percorrere le vie dell’incontro e
dell’amicizia, che generano speranza. Il grande cielo terso, che
abbraccia la terra mongola, rischiari nuovi sentieri di
fraternità”. Nel suo discorso alle autorità tesse le lodi di
“questa terra affascinante e vasta”, di “questo popolo che ben
conosce il significato e il valore del cammino”, e delle “sue
dimore tradizionali, le ‘ger’, bellissime case itineranti”. E
parlando di come il Paese si sia aperto negli ultimi decenni
“alle grandi sfide globali dello sviluppo e della democrazia”,
il Papa rileva che “la Mongolia di oggi, con la sua ampia rete
di relazioni diplomatiche, la sua attiva adesione alle Nazioni
Unite, il suo impegno per i diritti umani e per la pace, riveste
un ruolo significativo nel cuore del grande continente asiatico
e nello scenario internazionale”. Non mancando di menzionare
“anche la vostra determinazione a fermare la proliferazione
nucleare e a presentarsi al mondo come Paese senza armi
nucleari: la Mongolia non è solo una nazione democratica che
attua una politica estera pacifica, ma si propone di svolgere un
ruolo importante per la pace mondiale”. Ecco allora il suo
appello: “voglia il Cielo che sulla terra, devastata da troppi
conflitti, si ricreino anche oggi, nel rispetto delle leggi
internazionali, le condizioni di quella che un tempo fu la ‘pax
mongolica’, cioè l’assenza di conflitti”. “Passino le nuvole
oscure della guerra, vengano spazzate via dalla volontà ferma di
una fraternità universale in cui le tensioni siano risolte sulla
base dell’incontro e del dialogo, e a tutti vengano garantiti i
diritti fondamentali!”. In altre parole: “diamoci da fare
insieme per costruire un avvenire di pace”. Francesco loda i
mongoli anche sulla difesa del creato – tema della sua imminente
seconda parte della ‘Laudato si” -, che “ci aiutate a
riconoscere e a promuovere con delicatezza e attenzione,
contrastando gli effetti della devastazione umana con una
cultura della cura e della previdenza, che si riflette in
politiche di ecologia responsabile”. Indica le tradizionali
‘ger’ o ‘yurte’ come “spazi abitativi che oggi si potrebbero
definire ‘smart’ e ‘green'”. Ed anche “la visione olistica della
tradizione sciamanica mongola e il rispetto per ogni essere
vivente desunto dalla filosofia buddista rappresentano un valido
contributo all’impegno urgente e non più rimandabile per la
tutela del pianeta Terra”. “La vostra sapienza, sedimentata in
generazioni di allevatori e coltivatori prudenti, sempre attenti
a non rompere i delicati equilibri dell’ecosistema, ha molto da
insegnare a chi oggi non vuole chiudersi nella ricerca di un
miope interesse particolare, ma desidera consegnare ai posteri
una terra ancora accogliente e feconda”, aggiunge. Nell’incontro
con i vescovi e il clero nella cattedrale cattolica dei Santi
Pietro e Paolo, anch’essa a forma di ‘ger’, il Papa lancia poi
un chiaro messaggio alla Cina, dichiarando solennemente che “il
Signore Gesù, inviando i suoi nel mondo, non li mandò a
diffondere un pensiero politico”: “Ecco perché i governi e le
istituzioni secolari non hanno nulla da temere dall’azione
evangelizzatrice della Chiesa, perché essa non ha un’agenda
politica da portare avanti, ma conosce solo la forza umile della
grazia di Dio e di una Parola di misericordia e di verità,
capace di promuovere il bene di tutti”. Peccato che tra i
vescovi della Conferenza dell’Asia Centrale presenti
all’incontro non ce ne sia nessuno della Cina Continentale, cui
le autorità di Pechino hanno proibito di recarsi in Mongolia per
la visita papale. Presenti solo tre vescovi cinesi, ma da Hong
Kong e Macao: il card. John Tong Hon, emerito di Hong Kong,
venuto con un gruppo di 30 fedeli, l’attuale vescovo di Hong
Kong, il cardinale designato Stephen Chow, e il vescovo di
Macao, Stephen Lee Bun-sang.
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