Nicola Pietrangeli, novant’anni da festeggiare il prossimo 11 settembre e la certezza granitica di esser stato il tennista italiano più grande di tutti i tempi.
“Anche se non tutti sono d’accordo, ma me ne frego. Alla fine è la gente a decidere chi è il migliore guardando la tabella dei risultati”, dice al telefono con l’ANSA il due volte campione del Roland Garros. Ma è riduttivo parlare di Pietrangeli limitandosi agli slam parigini vinti, e forse anche solo di tennis. Con la maglia dell’Italia, infatti, ha giocato 164 partite in Coppa Davis, detenendo il record azzurro di presenze da giocatore con 120 vittorie tra singolari e doppi. Nel 76′, poi, l’ha anche portata a casa da capitano non giocatore; per questo a distanza di anni critica i no alla maglia della nazionale.
“Non voglio entrare nel merito della vicenda Sinner, parlo in generale; e dico che rappresentare il proprio Paese è il massimo dell’aspirazione di uno sportivo, è un onore comunque, a prescindere dal risultato. Chi rifiuta per poi andare a giocare un torneo altrove, andrebbe squalificato”, spiega Pietrangeli mentre diventa ufficiale il forfait di Sinner, che si unisce a quello di Matteo Berrettini, per i match di Coppa Davis in programma a Bologna. La crociata non è contro i due top player azzurri. “Ma se uno rifiuta perché sta male per carità, ma chi rifiuta per poi andare a giocare un torneo altrove, allora la federazione dovrebbe squalificarlo per un anno almeno”, insiste l’ex campione. “Perché se non sei fiero di giocare per il tuo Paese fatti fare un certificato medico fasullo, è una questione di coscienza. Oppure, non ti va perché hai paura di perdere o per le responsabilità? Non è detto che devi per forza vincere, ma ci devi provare. E non vanno trovate scuse o alibi”.
Il messaggio, però, arriva lo stesso: l’Italia prima di tutto. Quello che nel 1976 riuscì a inculcare nella testa dei giocatori che guidò alla vittoria della Davis, nonostante larga parte dell’opinione pubblica chiedesse di non andare in Cile.
“Quello che cercai di far capire a quei ‘quattro dell’Ave Maria’ (Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli, ndr) è che non aveva senso regalare la Coppa Davis al Cile di Pinochet. Intanto vinciamola, gli spiegai, perché chissà quando ci ricapita e ancora oggi è tra le immagini più belle della mia carriera”. In quella squadra, poi, c’era Adriano Panatta, legato a Pietrangeli da un profondo dissidio. “Ma ciò nonostante Adriano era un leader di quella nazionale – racconta Pietrangeli – Lui è nato per giocare a tennis e già questo è un complimento che gli faccio”. L’unico di una rivalità che dura ancora oggi. “Lui ha giocato un grande tennis, ma è durato poco. In più è permaloso – continua – Poi siamo di due epoche diverse, ma chissà, magari se fossimo stati della stessa età avrei vinto sempre io…”.
Impossibile saperlo, ma intanto Pietrangeli si accontenta di vincere nel palmares contando due Roland Garros contro il solo vinto da Panatta. E guai a menzionagli solo gli slam portati a casa. “Ma le due finali perse a Parigi non contano niente? – rimarca tra il serio e il faceto – Questa è una cosa che mi dà molto fastidio perché in Italia arrivare secondi è brutto, e quando sento “ha vinto due volte Roma e Parigi” penso sempre ma “che è una robetta arrivare in finale altre due volte? Volevo metterlo in chiaro”. Insomma, avvisate le centinaia di persone che in questi giorni hanno iniziato gli omaggi per un campione che lunedì festeggerà novant’anni riuscendo lì dove la politica stenta, visto che al Coni è previsto un brindisi alla presenza del presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò, e del presidente della Fitp, Angelo Binaghi.
“Che dice dovrò fare da arbitro?”, scherza Pietrangeli, aggiungendo come la stessa sera, in un noto circolo romano, “saranno anche al tavolo insieme a cena…”. Un’altra storia da raccontare in una lunga vita di successi con una carriera che “mi ha lasciato pochissimi soldi, ma tante coppe, viaggi e onorificenze”. Ma anche qualche rimpianto. “Perché chi non ne ha, dico sempre che è un cretino”.
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