Le parole, espressione con cui solitamente designiamo i componenti primari di una frase e di un discorso, i mattoncini della casa che è la nostra comunicazione verbale, hanno bisogno di manutenzione anche dal punto di vista della quantità e non solo della qualità. A volte diciamo ‘non c’è bisogno di troppe parole’ – è uno dei tanti modi di dire con il termine parola o parole – e in questa espressione c’è un richiamo ad una vera e propria ecologia delle parole, a risparmiare, a dispensare con cura, a sottrarre piuttosto che a trovare parole sempre nuove, scintillanti, misteriose, ricche o tenebrose. Il che naturalmente richiede attenzione e a volte anche straordinaria precisione. Non a caso esiste un proverbio che inchioda il parlante ad un virtuosismo acrobatico ai limiti dell’impossibile: ‘una parola è poca e due sono troppe’. In altri termini, non bisogna essere così timidi da risultare addirittura silenziosi ma nemmeno sproloquiare, dilungarsi, sprecare parole inutili.
La cura delle parole, prima ancora di essere manutenzione, secondo il titolo di un libro di Gianrico Carofiglio, ‘La manutenzione delle parole’, è scelta: quella che permette di riflettere la nostra identità, di trovare dunque le nostre parole, come scrive Marco Balzano, autore di romanzi e racconti, nel suo libro ‘Le parole sono importanti’, dedicato ad una scorribanda nella storia e quindi nell’etimologia e nell’uso di alcune parole da lui selezionate sulla base proprio del criterio dell’appartenenza. Dice Balzano: ‘Ne ho scelte dieci di uso comune, che tutti pronunciamo molte volte al giorno. Sono parole che mi appartengono particolarmente e nello stesso tempo sono universali’.
E tra queste dieci c’è il termine ‘parola’. Balzano ripercorre la sua storia che nasce dal latino verbum – che era già una traduzione parziale, impropria verrebbe da dire, del termine greco logos, dal significato molto più complesso – ma che poi nell’uso comune verrà sostituito dal termine parabola e a farlo sarà proprio quella cultura cristiana che aveva destinato nel frattempo il termine verbum ad un compito più alto: il verbo come parola rivelata, il verbo che si è fatto carne, come si legge all’inizio del Vangelo di Giovanni. Una delle caratteristiche di parabola è che si riferisce ‘all’atto di parlare in tutta la sua ampiezza’. La ‘parabola’ si chiama così, spiega Balzano, perché ‘è un suono che fa un percorso da chi lo pronuncia a chi lo ascolta’. Percorso che, secondo l’etimologia greca del termine, da parabàllo, è uno scarto: parabàllo significa confronto, metto a lato. E questo la dice lunga sull’intrinseca ambiguità, che abbiamo spesso richiamato, delle parole, che non sono mai una e mai univoche, scolpite e definite una volta per sempre. Ogni parola contiene già da sempre un riferimento, uno spostamento. E per questo in un uno dei più celebri passaggi dei Salmi si dice ‘Una parola ha detto Dio, due ne ho udite’. La pluralità per la parola è un destino.
La parola quindi è qualcosa di più del singolo mattoncino di cui avevamo parlato. Non a caso, per restare al Cristianesimo, nella liturgia della messa al termine della lettura di un brano del Vangelo si dice, anzi si sottolinea, ‘parola del Signore’. E ci si riferisce così all’intero brano, al discorso, alla parabola appunto. Non dunque al singolo termine. Questa differenza è rimasta per esempio nel francese dove parola è ‘mot’ mentre ‘parole’ è il discorso.
Alla fine il vero potere è di chi non ha bisogno delle parole e dei nomi, proprio come Dio. Nell’Esodo si legge: ‘Io sono colui che sono. Dirai agli Israeliti: ‘Io-sono’ mi ha mandato a voi’. In un certo senso è come dire che la potenza dell’essere (di Dio) non ha bisogno i nomi, di parole. Le quali però, fuori da un contesto di fede, continuano a mostrare il loro potere. E James Joyce, l’autore di Gente di Dublino e di Ulisse, a ricordarcelo. ‘Perché possedere una cosa – si chiede – quando potete dirla?’.
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