Tra lacrime di commozione e sventolii di fazzoletti bianchi, il miracolo è di nuovo compiuto: il sangue di San Gennaro si è sciolto.
L’annuncio dell’avvenuto prodigio è stato dato alle 10.03 ed è stato accolto da un lungo applauso dei tantissimi credenti che già dalle prime ore del mattino si erano ritrovati nella Cattedrale per partecipare alla celebrazione dell’arcivescovo, Domenico Battaglia, che ha così commentato l’evento: “Che sia davvero festa, festa nel cuore, una festa che chiede il desiderio della pace nella nostra vita, in questa città, nella nostra terra”.
“Questo sangue non è un oracolo da consultare e ancor meno un oroscopo cittadino la cui funzione è quella di predire sventure o fortune per la città – ha continuato l’arcivescovo- Credo che il vero miracolo si realizzerà il giorno in cui questo sangue sarà per sempre duro, compatto, coagulato. Si, credo che il vero miracolo avverrà quando la giustizia bacerà la pace, quando il bene sovrasterà il male per sempre, quando la buona notizia di Gesù Cristo prosciugherà il dolore del mondo, illuminerà definitivamente il buio”.
Battaglia ha quindi aggiunto che, nell’attesa di quel giorno “la testimonianza di amore e di fede del sangue di Gennaro è qui ad indicarci una strada possibile, un ricominciamento necessario, la necessità urgente di prendersi cura delle ferite, di fermare il fluire del sangue, di tamponare le emorragie spirituali, interiori, materiali, relazionali, sociali che attanagliano la nostra terra, i nostri cuori”.
Il prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro, vescovo di Benevento, avviene tre volte l’anno: il 19 settembre, data in cui fu decapitato il martire nel 305 d.C.; il 16 dicembre, nell’anniversario di una terribile eruzione del Vesuvio del 1631 arrestata, secondo credenza popolare, per intercessione del Santo; e la prima domenica di maggio, in ricordo della traslazione delle spoglie mortali da Pozzuoli alle catacombe di Capodimonte.
Secondo la tradizione popolare, il ritardo nella liquefazione o l’assenza del miracolo, nonostante canti, preghiere, invocazioni e litanie in dialetto, viene considerato segno sfavorevole per Napoli e per i napoletani. Il sangue è custodito in un’ampolla conservata in una cappella del Duomo della città partenopea e si ritiene sia stato raccolto da Eusebia, sua nutrice, che lo consegnò all’allora vescovo di Napoli.
La reliquia è conservata, tutt’oggi, in due ampolle custodite in una cassaforte con doppia serratura nel Duomo di Napoli: una è riempita per tre quarti, mentre l’altra è semivuota perché parte del suo contenuto fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna. I grumi rappresi, scuri e solidi si sciolgono in tre occasioni, quando il sangue ribolle e assume il colore rosso vivo.
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