“Dietro a questo film – spiega al pubblico sold out del ‘Citrigno’ – c’è il tentativo di raccontare che oltre quei numeri ci sono persone. L’idea è stata quella di fare un controcampo, cioè mettere la macchina da presa dall’altra parte, dall’Africa verso l’Europa. Un film realizzato insieme a loro, insieme a chi fa questo viaggio, i protagonisti sono persone vere che realmente hanno subito le torture. Restituire autenticità, questo era l’obiettivo”. Un controcampo per “dare forma visiva a tutta una parte del viaggio che di solito non si conosce” dice facendo riferimento anche agli ultimi sbarchi a Lampedusa. La sceneggiatura è scritta insieme a coloro che hanno vissuto, torture comprese, quel viaggio, quasi tutti ragazze e ragazzi con lo scopo di restituire la realtà, l’autenticità dello stesso, con i dialoghi in lingua originale. I protagonisti Seydou e Moussa, sono due giovani senegalesi che lasciano il loro Paese per raggiungere l’Europa e così affrontano il deserto, i centri di detenzione in Libia e la traversata in mare.
“Ho raccontato delle storie – dice Garrone – che sono documentate e dietro ogni fotogramma ci sono le persone. È una rappresentazione, un’interpretazione perché c’è il mio sguardo, ma sicuramente è un’opera onesta e autentica, nel rispetto di chi ha fatto questo viaggio e di chi non ce l’ha fatta, e perché possa essere d’aiuto e monito a chi, magari, sta per prendere questa decisione”.
“Ogni opera sopravvive al suo autore e rimane, questo è fondamentale. Si tratta di un racconto epico ed è importante vedere questo film al cinema per l’impatto emotivo che il grande schermo trasmette allo spettatore” conclude il regista.
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