VLADIMIRO CAMINITI, DAL SUO LIBRO “JUVENTUS 70”
Poco lontano da Porta Nuova, in una strada antica di Torino abita un signore un po’ acciaccato. Fu uno di quei combattenti della Juventus veramente eroica che in campo esperimentava sanissime ebbrezze. Si chiama Guido Marchi. Lo chiamavano Marchino o biscötin. Giocava centr’half e half sinistro.
Oggi è un signore un po’ patetico per via di una smussatura sopra la tempia destra segno di un incidente d’auto, di pochi anni fa, che lo vide più morto che vivo, ma gli consentì di apprezzare la compagna della sua vita. Me la presenta. Una donnetta bellissima. Mi sorridono le sue grinze argentee. Mi sorridono i suoi occhi luminosi.
Stiamo nello studiolo dell’ex bianconero, il quale sta tentando da mezz’ora di risvegliare il passato. Tutto è rimasto lontano, e coperto di polvere. Di vivo nella vita di Marchino c’è questo dolcissimo amore. Vero che poi dai cassetti del grande armadio centrale prende con fatica dei pacchi. E ci mettiamo insieme a slegarli. Contengono giornali. Lui sorride benigno e qualcosa comincia a ricordare.
«Ho giocato fino al 1922, poi mi sono fatto male nel match contro il Torino, Coppa dei Mutilati. Fu Aliberti della Nazionale, che è già morto, a darmi un calcione. Beveva, poveretto. Io lasciai il calcio e cominciai a fare il rappresentante… Come giocavo? Non giocavo bene, non si giocava tanto bene. Mia madre era disperata, arrivavo a casa sempre rovinato, con la testa rotta. Non c’era nemmeno la passione di oggi. La tecnica individuale era una nostra scoperta di tutti i giorni, però non ci si rassegnava mai e si imparava a nostre spese. Certe volte saltando su palloni alti prendevo dei colpi allo stomaco che mi lasciavano senza fiato…».
E d’improvviso: «Lasciamo qui questi giornali, poi se li porta a casa. La cosa più importante non è questa. Lei sa scrivere a macchina?». «È il mio mestiere…». «La cosa più importante è una canzone, la nostra canzone, gliela detto».
Vado alla macchina da scrivere, e lui mi detta, anzi mi grida, queste parole profumate come gigli. «La gioventù di cui portiamo il nome ci pulsa appien nei muscoli e nel cor, sappiam goder ma pur sappiamo come si debba oprar sui campi dell’onor. Prima del dì della vecchiezza del sacro ardor giovanil, vogliam goder, vogliam goder tutta l’ebbrezza di un radioso eterno April, un radioso eterno April. Sovra il terren la palla vaga e balza, veglia il terzin e l’half ricaccia a vol, dalla tribuna un plauso al del s’inalza quando l’avanti pronto segna il gol. Scoccata è l’ora della gloria, urla di gioia anche il portier. Hip Hip Hurrà, hip hip hurrà per la vittoria dei bianconer, dei bianconer. Miei cari amici difendiam con gioia i colori nostri e il gioco del football. I rammolliti, fiacchi per la noia, ne dican pur, tossendo, tutto il mal. Noi riderem di quei vecchioni nel nome della gioventù eternerem, eternerem le tradizioni del Club che non tramonta più».
E dopo una lunga pausa, mentre la moglie provvede a rallietare ospite e marito con una birra, Marchino riprende: «Ho cominciato a giocare il football in Via delle Rosine, facevo le tecniche alla scuola di San Giuseppe. Nel 1905 avevo 9 anni… No, non conobbi la prima Juve… Ho conosciuto Baloncieri nell’Unione Sportiva Alessandria… Cominciai a giocare a 17 anni…Nella Juventus ebbi compagni come Giacone, Novo e Bruna, Mattea e Gallina, Varalda, Giriodi… Ma non ho memoria e non fui niente di eccezionale. Sicuramente più di me valeva mio fratello. Nonostante portasse gli occhiali…».
Questa modestia di Marchino era evidente, eppure a me sembrava, e sembra, la testimonianza del suo valore. Cioè una forma di virtù, la vera virtù riconosciuta. E non ci vuole molto a intuire che si arriva a essere in un certo modo attraverso generazioni e generazioni di semplicità; la civilissima Torino si adorna di uomini come Marchino, i quali oggi escono qualche sera, per i soliti quattro passi, prima di regalarsi alla notte.
Era dunque alto che forava le nuvole Marchino. Era centr’half. La sua presenza era tonificante o galvanizzante, a seconda delle situazioni. Già in quel 1919, volata via la guerra, le toilettes fiorivano sugli spalti dei campi di calcio. Le dame seguivano il gioco, le evoluzioni del pallone, ma più che tutto lo spettacolo era in quei forzuti che se lo contendevano, e la goduria era squisita se si trattava di giovinotti come Marchino, il cui ciuffo sormontava imperterrito pure le nuvole.
Il 28 dicembre 1919, presentando il match Genoa-Juventus, il “Paese Sportivo” esce in edizione straordinaria, «Il glorioso squadrone di mister Garbutt incontrerà domani l’undici bianconero. Arbitro mister Garbutt. Precederà alle ore 13 una gara di campionato III Categoria».
E la prima pagina ci presenta i protagonisti tra i quali Guido Marchi, «nato e cresciuto sul campo juventino, compiendovi una regolare carriera, passando cioè per la trafila dei diversi campionati, giocatore correttissimo, sa unire a ottime doti difensive un efficace gioco di sostegno per l’attacco…».
Marchi oggi non ricorda di avere avuto queste qualità. Gli sono rimasti frastuoni più che ricordi, di quell’epoca. Era un calcio primordiale in senso tattico, primitivo in senso tecnico. Che i giocatori più noti, come Bona qualche anno prima, avessero gustosi soprannomi (Bona era chiamato Zio Bomba) rappresentava lo stato d’animo dello spettatore più trasecolato che consapevole.
Marchi e Marchino erano due fratelli straordinari. «Guardate nei loro occhi, vi troverete un’indefinita espressione di bontà semplice e schietta, di serena modestia. Questi pregi li collocano in mezzo al nostro cuore, nei gelosi recessi degli affetti più puri…», scrive Rob in “Hurrà” del marzo 1921.
Esagerazioni? Forse, ma ogni età ha la sua retorica. Vero comunque che «giocano con passione e soprattutto con rettitudine; la squadra ne riceve dignità e disciplina. È certa della loro abnegazione, della loro fede, di un’illimitata devozione. Nessuna commissione tecnica, questa faticosa sopravvivenza dell’alchimia quattrocentesca, conobbe dai fratelli Marchi un rifiuto, ebbe una mala parola, registrò un sordo o palese malcontento. Ciò significa possedere e applicare lo spirito di obbedienza e di rinuncia fino all’eroismo e al martirio… In Marchi I – conclude il sunnominato Rob – si confida e si crede».
Ma anche in suo fratello Guido «lungo come la fame, trampoliere, innamorato. Dal 1896, 21 settembre, lustro di Carmagnola, dal 1909 lustro del football, dal 1913 lustro della Juventus. Dal San Giuseppe, Marchino passa al Sommeiller; ma non pago si mescola pure a una squadra del Liceo D’Azeglio finché gioca nel Pinerolo Football Club. In quei beati tempi i regolamenti federali non c’erano o erano un po’ elastici e un giocatore poteva arruolarsi a più di una squadra. Marchino ci pensa e decide di utilizzare senza indugio questa possibilità. Detto fatto. In un sol giorno gioca tre partite del torneo, lo vince e lascia il campo… L’infelice campionato 1920-21 che segnò per la nostra squadra tanti risultati negativi, deludendone le rosee speranze che ne avevano caratterizzato l’inizio, se ebbe, come sempre, il nostro Marchino tra i più volenterosi e prodighi di se stessi, ne ha pure registrato un decadimento di forma, dovuto alla salute che non sempre lo soccorse, per cui l’organismo del nostro campione perdette assai in resistenza e in efficienza. Segnaliamo però, a titolo d’onore, la forza d’animo di questo giocatore che più di una volta, febbricitante, ed evidentemente sofferente, scese in campo e vi tenne il suo posto con sforzo sovrumano, sino all’esaurimento…».
Oggi Guido Marchi confessa che non conoscendo la tecnica del salto di testa subiva spesso colpi più o meno involontari. Era un calcio eroico, quasi folle, correva più del pallone, celebrava radiose verità. Era la giovinezza, una duplice giovinezza. Del calcio e dei calciatori.
Ma Marchi II nel 1922 dovrà rinunziare al football. E si può affermare che egli fu sempre una creatura, quasi un angelo, in mezzo alla gente pedestre del football. Col suo ciuffo forava le nuvole.
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