Un mix vario di iniziative, come varia è la platea a cui Carrà si è rivolta, la stessa a cui si rivolge Raffa in the Sky perché “si sta andando verso un settorismo che divide, creando una piramide sociale che mi fa paura. Da direttore di teatri e festival il mio scopo è sempre stato quello di allargare il pubblico”. Lei lo ha fatto scardinando tabù con un sorriso, riuscendo ad essere “non sensuale per piacere agli uomini ma esprimendo se stessa”, “epica quanto Antigone” con uno stile inconfondibile, vistoso e allegro richiamato nelle scene di Edoardo Sanchi e nel costumi di Alessio Rosati. È questa Raffaella ‘divina’ (interpretata da Chiara Dello Iacovo, unica nel cast a non avere una formazione lirica), che da Arcadia, pianeta dell’arte, scende sulla terra ad aiutare Carmela e Vito ((il soprano Carmela Remigio e il baritono Haris Andrianos), coppia che da Sud si traferisce al Nord, ad affrontare i cambiamenti della società nel secondo dopoguerra, il nuovo rapporto uomo donna, il tema dell’orientamento sessuale del figlio Luca. Temi che riguardano quindi passato e presente. Questa Raffa rinuncia all’immortalità per stare in mezzo alla gente che poi una volta che viene a mancare sente la nostalgia, come i protagonisti nel quintetto a metà del secondo tempo cantato in mezzo alla platea. “Ci manca Raffaella e la libertà d’espressione, che nella televisione degli anni ’70 era chiara ed oggi meno. C’è un moralismo di ritorno. Viviamo con paura da vent’anni, dal 2001, e una delle prime conseguenze è l’aumento della mancanza di libertà d’espressione. La serenità ilare e intelligente della Carrà aiuta a vincere le paure”.
Per chi non sarà in teatro, come Sergio Japino, a lungo compagno di vita e di lavoro di Raffaella, ci sarà la possibilità di vedere l’opera in diretta differita Su Rai5, in attesa che l’opera – questa è la speranza della produzione – vada in tournée, non solo in Italia. “Io mi auguro che si torni a fare opere che parlano di oggi. Spero che dopo l’opera sulla Carrà, ne arrivino sulla Montessori, su Mina – ha concluso Micheli -. Abbiamo bisogno di nuovi miti: uomini, donne, bambini e trans”.
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