Era stata la stessa associazione a denunciare la “grave aggressione fisica” subita da Armita dopo che un video circolato sui social mostrava una ragazza portata a braccia fuori da un vagone da alcune donne in chador nero e deposta a terra, immobile. Versione smentita, come nel caso di Mahsa, a livello ufficiale. I media statali – che secondo la ong hanno pubblicato il filmato modificato – hanno riferito che la giovane è invece svenuta dopo un calo di pressione che l’avrebbe fatta sbattere contro la parete del vagone del treno.
E l’agenzia di stampa ufficiale Fars ha pubblicato un’intervista ai genitori della ragazza in cui affermano che non è stata aggredita. “Abbiamo controllato tutti i video e ci è stato dimostrato che è stato un incidente”, ha detto il padre. Tecnica sperimentata da parte dei guardiani dell’ortodossia che però non ha impedito nei mesi scorsi né la circolazione delle notizie né le rivolte che hanno fatto tremare il regime. Così stavolta, per essere più convicenti, gli agenti della sicurezza – riporta ancora Hengaw – hanno sequestrato i telefoni cellulari dei parenti della giovane. Non solo. La giornalista Samira Rahi, sostiene Iranwire, ha condiviso una foto che mostra il dispiegamento delle forze di polizia fuori dall’ospedale. “Due auto della polizia sono posizionate all’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale Fajr ed è evidente la presenza di agenti in borghese”, ha scritto su X citando una fonte informata. La giornalista ha anche riferito che “le forze di sicurezza hanno ispezionato i veicoli che transitavano nell’area e, in alcuni casi, hanno esaminato attentamente il contenuto dei cellulari dei passeggeri”. Agenti in borghese sarebbero presenti anche nel reparto di terapia intensiva dove Armita è ricoverata da domenica sera. Un’altra giornalista, Maryam Lotfi, che lavora per il quotidiano Shargh, è stata arrestata dopo essere riuscita a entrare nell’ospedale dove si trova Armita. Sono stati oltre 90 i giornalisti presi di mira dalle autorità iraniane nel corso delle manifestazioni innescate dalla morte di Mahsa. I più conosciuti, Niloufar Hamedi e Elaheh Mohammadi, che hanno seguito il caso di Mahsa, sono ancora in carcere con l’accusa di cospirazione contro la sicurezza nazionale. Ma nel blindatissimo Iran le notizie circolano ugualmente. E la miccia della rivolta è già accesa.
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