Apocalisse, parola dal suono portentoso, deriva dal greco apokàlypsis composta dal prefisso apo- che significa ‘da’ e indica separazione e kalyptein che significa ‘nascondere’. Quindi il senso è ‘togliere ciò che nasconde’. In altri termini, rivelare. L’apocalisse è dunque una rivelazione: ma di cosa? Apocalisse dà il titolo a parecchie opere che costituiscono un vero e proprio genere letterario, diffuse soprattutto nel giudaismo e nel periodo che va dal II secolo avanti Cristo al secondo dopo Cristo. Tanto che, secondo alcuni, il libro che per noi è l’Apocalisse per antonomasia, cioè l’ultimo libro del nuovo Testamento, attribuito a Giovanni, non sarebbe altro che una ri-scrittura di profezie e ammonimenti di grandi profeti del passato. La tesi in particolare è contenuta in un libro di Geminello Alvi intitolato ‘La necessità degli apocalittici’.
E dunque qual è la rivelazione? Soffocata da simboli, misteri, immagini spaventose e numeri (essenzialmente il sette: in Giovanni tanti sono i sigilli del libro, le trombe, le visioni di Giovanni stesso, gli angeli e le coppe che contengono i flagelli versati sulla Terra), l’Apocalisse rivela la fine del mondo come lo conosciamo e l’inizio di un nuovo mondo, quello della Gerusalemme celeste che scende sulla Terra. Il disvelamento è sempre disvelamento di una catastrofe (fine del mondo) prima dell’avvento di un mondo nuovo. Per il cristianesimo questa era in sostanza una teologia della storia che ha un inizio con Dio e una fine con Cristo. E’, si potrebbe anche dire, una visione escatologica, che ragiona cioè sul destino del mondo, su come andrà a finire. Eschata significa infatti in greco ‘le cose ultime’. Questa attesa della fine è legata alla misura dei mille anni, da cui il termine millenarismo, che dovevano essere contemporaneamente la misura della fine del mondo (quindi nell’anno mille dopo Cristo) e poi la durata del mondo nuovo in un’epoca di felicità e pace. Questa scansione del tempo in periodi, all’inizio e alla fine dei quali succede qualcosa di importante, non è nuovissima: i Maya avevano uno dei loro tre famigerati calendari, quello del cosiddetto Lungo Computo che funzionava così (per intenderci quelle che avrebbe fatto finire il mondo come lo conosciamo il 21 dicembre 2012).
Nell’anno 1000 non è successo granché e nel 2012 nemmeno. Ma laicizzandosi, l’idea dell’Apocalisse si è trasformata in quella della fine del mondo tout court, ogni volta per una buona e diversa ragione: l’esaurimento del petrolio, la bomba atomica, un qualche Armaggeddon, il solito meteorite, l’inquinamento, il cambiamento climatico ecc. Ci si sono messi anche gli scienziati, ideando il Doomsday Clock, ovvero l’orologio dell’Apocalisse che dal 1947, sulla base di quello che accade nel mondo, sposta le sue lancette per dirci quanto manca alla fine del mondo. Il giorno del giudizio, questo è il significato di Doomsday, è una roba così potente, ma ormai così separata dalla religione, che Doomsday è stato il nome del supercriminale dell’universo dei fumetti DC a cui la casa editrice affida il compito nientemeno che di uccidere Superman.
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