“Scrivo da un paese che non esiste più” iniziò il giorno dopo il suo reportage un giovane inviato della Stampa, Giampaolo Pansa, con un incipit memorabile. I morti furono 1.910, 460 dei quali bambini sotto i 15 anni. A Longarone, che contò 450 vittime, 305 famiglie scomparvero completamente. Gli altri morti si contarono a Codissago e Castellavazzo (109), Erto e Casso 158, mentre 200 furono le vittime originarie di altri comuni. La fine della vicenda giudiziaria del Vajont arrivò molti anni dopo, nel 2000, quando lo Stato – e in quota parte Enel e Montedison – pagarono 77 miliardi di lire per i danni morali e materiali alle popolazioni colpite .
Ma i superstiti dovettero subire anche l’offesa dei codicilli, come quello sulla ‘commorienza’ – i casi di morte contemporanea dei genitori e di uno dei figli – scovato da Giovanni Leone, presidente del Consiglio nel 1963, poi divenuto avvocato della Sade-Enel nel processo, che permise di non risarcire i parenti di circa 600 vittime. Della storia di Longarone, Erto e Casso si è detto e scritto moltissimo. A rinsaldare il ricordo dei quasi 2.000 morti fu l’orazione civile di Marco Paolini, nel 1993. Il racconto teatrale messo in scena dalla Diga risvegliò in tutti, con la forza della tv, la consapevolezza di quanto l’incuranza delle regole, e le negligenze dello Stato e dei soggetti economici abbiano peso sulle ‘catastrofi naturali’. E il 9 ottobre sarà ancora la parola della cultura a ricordare la tragedia del Vajont. Marco Paolini ha riscritto il suo racconto, con la collaborazione di Marco Martinelli, e “VajontS 23” diventerà “un’azione corale di teatro civile” che lunedì sera 130 teatri palcoscenici in Italia e nel mondo, 30 di quali solo nel Veneto.
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