Il presidente ha parlato con i famigliari dei 14 americani dispersi, insieme al consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e l’inviato speciale per gli ostaggi Roger Carstens. Il portavoce John Kirby ha ripetuto che «faremo tutto il possibile per liberarli». Alla domanda se le famiglie abbiano chiesto raid con le forze speciali, Kirby ha risposto così: «Non abbiamo mai escluso alcuna ipotesi». E’ ovvio che il Pentagono non annunci lo schieramento delle forze speciali, ma sarebbe sorprendente se non avesse preso la precauzione di spostare i reparti in zona. Israele non vuole truppe straniere sul suo territorio. Gli Usa però non hanno la necessità logistica di averle nello Stato ebraico, possono agire dalle portaerei o da altre basi, e se avessero le informazioni di intelligence necessarie ad intervenire in difesa dei loro cittadini è improbabile che Benjamin Netanyahu si opporrebbe.
La priorità resta il negoziato, che Blinken ha discusso ieri in Qatar. I dettagli sono incerti, ma si è puntato sulla liberazione di piccoli gruppi specifici, che creerebbe un clima di apertura alla trattativa. Hamas ha bisogno degli ostaggi come scudi, se però il negoziato fosse accompagnato dalla moderazione delle operazioni israeliane a Gaza, potrebbe essere nel suo interesse perseguirlo. La Casa Bianca ha fatto eco all’allarme dell’Onu sull’ordine di evacuare un milione di persone da Gaza, e Blinken ha confermato che Washington lavora con l’Egitto alla creazione di corridoi per mettere in salvo i civili. Questa soluzione però sarebbe riservata ai cittadini americani e stranieri, perché gli stessi paesi arabi non vogliono che i palestinesi lascino la Striscia, creando nuovi campi profughi. Per loro quindi si lavora alla creazione di “safe zones” all’interno di Gaza, dove i civili potrebbero trovare rifugio, al riparo dagli attacchi israeliani.
La sorte degli ostaggi e dei civili sono complementari al contenimento del conflitto, mentre Washington rivela che la Corea del Nord ha iniziato a fornire armi alla Russia. La Reuters ha scritto che l’Arabia Saudita ha congelato le trattative per normalizzare le relazioni con Israele, e nel clima attuale avrebbe sorpreso il contrario. L’importante è che lo spiraglio non si chiuda in modo definitivo e resti aperta la possibilità di riprendere i colloqui, se e quando la crisi sarà superata. Il principe saudita Mo?ammad bin Salman ha però avuto un raro colloquio telefonico col presidente iraniano Ebrahim Raisi, per evitare l’escalation. Fonti diplomatiche, impegnate nelle frenetiche consultazioni in corso, notano che l’eventuale allargamento del conflitto dipende solo da Teheran. E’ chiaro che come avverrà la risposta israeliana avrà un peso, secondo quanto ha ribadito Blinken, però alla fine sarà l’Iran a decidere se Hezbollah aprirà un nuovo fronte al nord se ci saranno altre ripercussioni, magari di natura terroristica o contro le truppe Usa nella regione. Biden ha schierato le portaerei per chiarire che qualunque mossa ostile avrà conseguenze serie, ma Hamas ha lasciato intendere che spera proprio di scatenare questo caos.
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