E – riferiscono i sindacati – nel caso in cui non andasse a buon fine, metterebbe sul tavolo anche soluzioni alternative, un piano B. I lavoratori dei diversi stabilimenti – da Taranto a Genova – arrivano a Roma per il corteo e la manifestazione: sono oltre mille – secondo Fim Fiom e Uilm – insieme a delegazioni provenienti da Piombino e Terni. Poi, quando già in piazza, arriva la convocazione dei segretari generali Roberto Benaglia, Michele De Palma e Rocco Palombella a palazzo Chigi per un incontro con i capi di gabinetto della presidenza del Consiglio, del ministero del Lavoro, Mimit e Affari europei. Protesta anche l’Usb. In mattinata un gruppo di lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, diretti verso la capitale, blocca l’autostrada Roma-Napoli all’altezza di Roma sud per circa un quarto d’ora. Ancora in piazza, ripetono dunque, “per il lavoro, la salute, la sicurezza ed il futuro” dell’ex Ilva. A Taranto la produzione di acciaio viaggia sotto quota 3 milioni di tonnellate, la metà della sua capacità; nel complesso 3 mila lavoratori sono in cassa integrazione, di cui circa 2.500 proprio a Taranto. La situazione a loro avviso è allarmante. “Il gruppo rischia l’eutanasia”, sostiene De Palma, spiegando che la mobilitazione unitaria andrà avanti fino alla riconvocazione a palazzo Chigi. E comunque finché non arriveranno risposte, assicurano i sindacati. “Vogliamo lavorare per il futuro di questo polo industriale strategico per il Paese. Serve una svolta”, afferma Benaglia. “Chiediamo un’operazione verità”, rimarca Palombella, secondo cui “il governo deve capire che è arrivato il momento di prendere la maggioranza e la governance dell’azienda”. Acciaierie d’Italia holding è attualmente detenuta al 38% da Invitalia e al 62% da ArcelorMittal. I sindacati sostengono il passaggio della maggioranza in mano pubblica. E ricordano l’allarme lanciato dal presidente Franco Bernabè, nel corso dell’audizione alla commissione Attività produttive della Camera, con il rischio “imminente” di un’interruzione della fornitura di gas ad Acciaierie d’Italia e la necessità di una caparra di circa 100 milioni al fornitore, pagamento che “la società non è in grado di fare”.
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