I SINTOMI DELLA CLAUSTROFOBIA – Le manifestazioni di questa fobia sono simili a quelle di tutte le altre fobie: paura intensa e senso di panico, difficoltà a respirare, sudorazione fredda, vertigini e nausea, e soprattutto impulso irrefrenabile a fuggire per timore di morire. I sintomi fisici collegati al trovarsi in uno spazio angusto segnalano il verificarsi di una risposta anormale a livello emotivo e riportano alla reazione primaria “combatti o fuggi”. La mente, cioè, interpreta la situazione come una minaccia estrema e prepara il corpo a lottare per la sopravvivenza. Poco importa che il pericolo non sia reale: il soggetto claustrofobico vive l’esperienza come una situazione nella quale non ha via di scampo e cercherà di evitare a ogni costo le occasioni nelle quali può scatenarsi la fobia: ad esempio preferirà salire sei piani di scale a piedi piuttosto che prendere l’ascensore e rinuncerà ad andare in vacanza se il viaggio richiede uno spostamento in aereo o su una strada trafficata e con molti tunnel.
CURARE O GESTIRE LA CLAUSTROFOBIA – La paura degli spazi chiusi può essere un fenomeno passeggero, legato a momenti particolari di stress e affaticamento generale, e quindi risolversi spontaneamente. Quando però si manifesta come un disturbo molto invadente, o addirittura invalidante, deve essere affrontato con l’aiuto di uno psicoterapeuta che individuerà le possibili radici del disturbo e aiuterà ad affrontare gli stimoli fobici e l’ansia che ne deriva. Possono essere molto utili le tecniche di rilassamento e di respirazione, la meditazione e un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, nel quale il paziente è guidato nell’apprendere le tecniche più efficaci per razionalizzare la propria paura morbosa e per reagire ai pensieri ansiogeni e le convinzioni negative associate agli spazi chiusi. Il medico può anche prescrivere una terapia farmacologica che aiuti a controllare i sintomi più acuti associati al disturbo. Un approccio che può dare buoni risultati è l’esposizione controllata alle situazioni che scatenano la fobia, fino a ottenere una migliore gestione degli attacchi di paura. La persona viene cioè esposta in modo graduale e ripetuto nel tempo alle condizioni che scatenano l’attacco di fobia: ad esempio il soggiorno in una piccola stanza, ma con le finestre aperte, o un viaggio in ascensore, ma per un solo piano, in modo che impari ad affrontare le sensazioni negative associate ai piccoli spazi.
CHE FARE SE CI COGLIE UN ATTACCO DI CLAUSTROFOBIA – Un viaggio in ascensore, una galleria intasata dal traffico, un treno della metropolitana affollato: le situazioni in cui può scatenarsi un attacco di claustrofobia sono numerosissime. Ecco qualche suggerimento per gestire una crisi di ansia da spazi ristretti:
– facciamo ogni sforzo per non cedere al panico e per mantenere il controllo della situazione;
– ripetiamo a noi stessi che non sta accadendo nulla e che possiamo farcela;
– respiriamo lentamente e profondamente, ripetendo a noi stessi che tutto passerà presto;
– chiudiamo gli occhi e concentriamoci su un pensiero positivo;
– sistemiamoci il più comodamente possibile, cercando di mantenere i muscoli rilassati;
– se le crisi si ripetono spesso, chiediamo l’aiuto del medico o di uno psico terapeuta.
COME AIUTARE UNA PERSONA IN PREDA A UN ATTACCO – Come possiamo comportarci se ci rendiamo conto che una persona in nostra compagnia è in preda ad un attacco di claustrofobia?
– Restiamo calmi ed evitiamo le frasi come: “non esagerare” o “è tutto nella tua testa”: sono inadeguate e offensive, chi è in preda al panico sta male realmente e merita tutto il nostro rispetto;
– parliamo in tono rassicurante, ricordando alla persona che tutto passerà presto;
– cerchiamo di creare spazio intorno al soggetto, ad esempio chiedendo alle persone vicine di spostarsi un poco per lasciare aria a chi si sente male;
– invitiamo il soggetto a respirare lentamente e facciamolo con lui;
– cerchiamo di evocare una situazione positiva su cui concentrare l’attenzione.
– evitiamo le discussioni: a volte chi è in preda al panico diventa scortese e persino aggressivo
– conserviamo un atteggiamento comprensivo ed empatico e non lasciamo da sola la persona finché, alla fine dell’attacco, non si è completamente ripresa.
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