Garawand viveva a Teheran ma proveniva dalla città di Kermanshah, a circa 500 chilometri dalla capitale iraniana, nell’Iran occidentale popolato dai curdi. Nel settembre dello scorso anno, la morte di un’altra giovane curda iraniana, Mahsa Amini, per aver presumibilmente violato il rigido codice di abbigliamento per le donne della Repubblica islamica, aveva scatenato proteste di ampio respiro.
Nei giorni successivi all’incidente, i filmati delle telecamere a circuito chiuso diffusi dall’agenzia di stampa statale Irna avevano mostrato Armita senza hijab accompagnata da due amiche che camminavano verso il treno dalla banchina della metropolitana. Entrando nella carrozza, si vede una delle ragazze indietreggiare immediatamente e tornare a terra, prima che un’altra ragazza priva di sensi venga trascinata a terra fuori dal vagone dai passeggeri. Il quotidiano britannico Guardian si è dunque fatto raccontare l’accaduto da due testimoni. Uno raccontò che, poco dopo che Armita era entrata nella carrozza, una donna che indossava l’hijab aveva cominciato a discutere con lei perchè non indossava il velo.
“La donna vestita con il chador le urlò contro chiedendole perchè non fosse coperta”, ha riferito il testimone al Guardian. “Armita allora le disse: ‘Ti chiedo di toglierti il velo? Perchè mi chiedi di indossarne uno?'”. L’alterco divenne violento e la donna con l’hijab cominciò a un certo punto ad aggredirla fisicamente e la spinse violentemente a terra facendola cadere. Secondo un altro testimone, Armita era ancora cosciente quando crollò a terra.
Poichè la maggior parte dei vagoni ferroviari della metropolitana di Teheran sono dotati di più telecamere a circuito chiuso, immagini che sono visibili al personale di sicurezza, gli esponenti dell’opposizione chiesero dunque di poter visionare l’intero filmato, convinti che quello diffuso fosse stato tagliato di almeno 100 secondi.
Nei giorni successivi, secondo il gruppo per i diritti umani Hengaw, fu arrestata anche la madre di Armita, Shahin Ahmadi; e in un’intervista ai media ufficiali trasmessa successivamente, la donna sostenne che sua figlia fosse crollata a causa di un calo della pressione sanguigna. Per gli attivisti però quella a sua testimonianza fu estorta. “I suoi amici e la sua famiglia sono sotto pressione”, raccontò un testimone, “non mi aspetto che rivelino la verità dopo quello che è successo alla famiglia di Mahsa”.
A conferma che le autorità iraniane vogliano gestire con il pugno di ferro anche questa vicenda, quello che è accaduto poco dopo l’incidente a un giornalista del quotidiano Shargh, lo stesso dove lavorava Niloufar Hamedi, la fotoreporter ora in carcere che scattò la foto nell’ospedale di Teheran dei genitori di Amini abbracciati, subito dopo esser stati informati che la figlia era morta. Pochi giorni dopo lo scontro, il reporter si è recato all’ospedale militare dell’aeronautica militare di Fajr per capire come stesse Armita ed è stato trattenuto per ore.
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