Il loro studio potrebbe avere applicazioni molto utili anche per l’archiviazione dei dati sul Dna, oltre che per la realizzazione di biosensori e strumenti diagnostici che possano monitorare quanto accade nel corpo umano in modo da comprendere la biologia delle cellule e individuare precocemente le malattie come i tumori.
L’immagine digitale originale e quella colorata col Dna (fonte: Tadija Kekic e Jory Lietard)
Per creare i colori, i ricercatori hanno progettato delle doppie eliche di Dna fluorescenti: sono formate da un lungo filamento di Dna che va a legarsi in maniera complementare con diversi piccoli frammenti di Dna che portano molecole fluorescenti (marcatori) di colore rosso, verde o blu. Per variare l’intensità del colore, è sufficiente progettare le sequenze che costituiscono i filamenti di Dna in modo che si leghino in modo più o meno stabile fra loro: più la doppia elica è instabile, più il colore è scuro e viceversa. In questo modo è possibile ottenere 256 sfumature per ciascun canale di colore (rosso, verde e blu). Tutte le tonalità possono essere mescolate in una doppia elica generando 16 milioni di combinazioni, una complessità cromatica pari a quella delle moderne immagini digitali.
Per raggiungere un simile livello di precisione nella conversione da Dna a colore, è stato necessario sintetizzare più di 45.000 sequenze uniche di Dna. I ricercatori le hanno prodotte con una tecnica (denominata’ maskless array synthesis’) che permette di sintetizzare centinaia di migliaia di sequenze contemporaneamente sulla stessa superficie, ovvero un rettangolo in miniatura grande quanto un’unghia. “In pratica – spiega il ricercatore Jory Lietard – la nostra superficie di sintesi diventa una tela su cui dipingere con molecole di Dna su scala micrometrica”.
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