(di Giorgio Gosetti)
Erano le 12 di un assolata domenica
di fine ottobre del 1993. Al policlinico Umberto Primo di Roma,
appena 24 ore dopo il 50mo anniversario di matrimonio con
Giulietta Masina, se ne andava il Grande Riminese, Federico
Fellini. Da allora l’ombra del suo genio si è distesa sul cinema
e la cultura internazionale, si sono scritte ancora migliaia di
pagine sulla sua opera, la sua vita, il suo mondo interiore.
Memorabile e in qualche modo esaustivo il monumentale “Fellini
23 1/2 ” di Aldo Tassone edito dalla Cineteca di Bologna in
occasione del centenario della nascita (20 gennaio 1920), da
leggere insieme al celeberrimo “Libro dei sogni” curato da Gian
Luca Farinelli, Sergio Toffetti e Felice Laudadio per Electa nel
2019. Oggi è quasi impossibile fare i conti con l’immaginario
del XX secolo senza ritrovare, volta a volta, gli echi de “La
strada” o de “La dolce vita”, di “Fellini 8 e ½” o di
“Amarcord”, fino al disperato e trasognato “La voce della luna”
che nella memoria appare davvero come il suo testamento
espressivo nel 1990.
Quanto abbia inciso sul nostro modo di vedere, sul rapporto tra
conscio e inconscio figurato, sulla fotografia del mutamento del
tempo, è facile riscontrare nei tributi – diretti e indiretti –
che altri maestri gli hanno reso negli anni: dal realismo
poetico captato da Martin Scorsese alla macchina del sogno
riprodotta da David Lynch, dall’idea della vita come spettacolo
visibile in Bob Fosse all’immagine del degrado moderno
restituita da Paolo Sorrentino o a quella del circo della vita
rievocata da Roberto Benigni. Sui set felliniani è cresciuto
Paul Mazursky e Wes Anderson gli ha dedicato perfino un
documentario “Fantastic Mr. Fellini” che è un autentico atto
d’amore. Per non parlare di Wody Allen che divide le sue fonti
d’ispirazione tra il regista italiano e Ingmar Bergman. Più
sorprendente è invece ritrovare nella lista Quentin Tarantino
che in “Pulp Fiction” riproduce le coreografie della danza
notturna di “8 e ½” o leggere che in “Sogni” Akira Kurosawa
guardava direttamente alla suggestione visiva di colui che
considerava “il mio autentico ispiratore”, proprio come Scorsese
che si professa felliniano fin dal magistrale “il mio viaggio in
Italia” del 1999 e ha personalmente seguito il restauro de “La
dolce vita”.
Federico Fellini appartiene a quella generazione che si fa
strada nel mondo sulla scia di un nuovo cinema italiano
letteralmente creato da Roberto Rossellini e Vittorio De Sica
all’indomani della seconda guerra mondiale. In uno straordinario
fiorire di talenti, il suo si accompagna a quello di Luchino
Visconti e Michelangelo Antonioni: una triade invidiata e
celebrata ovunque tanto da suscitare il ricorrente accostamento
alla triade rinascimentale di Michelangelo, Raffaello e
Leonardo.
Oggi si può però dire che la grandezza di Fellini sta nel suo
essere genio quando gli altri sono soprattutto artisti. La sua
ispirazione non ha confini ed è perfino difficile ingabbiarla in
correnti, influenze, stile, tanto il suo cinema è solo e
soltanto “felliniano”.
La genialità del regista de “Lo sceicco bianco” – il suo primo
film del 1952, allora massacrato dalla critica e oggi
considerato già un capolavoro – deriva senz’altro dalla somma
delle radici espressive. C’è l’aria di casa che lo porta presto
al successo con “I vitelloni” e risuonerà per tutta la sua
opera; c’è il gusto del vignettista e del disegnatore satirico
che risale ai giorni del “Marc’Aurelio” e a cui dedica un altro
atto d’amore Ettore Scola nel suo ultimo lavoro, “Che strano
chiamarsi Federico” del 2013; c’è la pratica da sceneggiatore
(che comincia fin dal ’39 sotto la guida di Mario Mattoli) in
cui si incrocia con Rossellini, Lattuada, Antonioni e Pietro
Germi; c’è l’esperienza alla radio che gli farà conoscere
Giuletta Masina ai tempi di “Cico e Pallina” (1942); c’è la
pratica della psicanalisi junghiana fin dal’incontro con Ernst
Bernhardt nel 1960 e c’è la ricerca del magico – una sua grande
attrazione fin dagli anni ’50 – che ritroviamo in opere come
“Giulietta degli spiriti”, “Satyricon”, “Casanova”. Della sua
gigantesca ricostruzione della realtà – sempre più
esplicitamente reinventata a partire dalla Via Veneto di “La
dolce vita” – un’immagine simbolo è senz’altro la scoperta degli
affreschi imperiali negli scavi della metropolitana che si
illuminano e poi sbiadiscono in un soffio di vento così come li
racconta in “Roma” (1972): in quella sequenza il regista
riassume in modo appunto “geniale” il suo senso dell’esistenza,
la magia dell’illusione, il valore effimero dell’arte, la
scomparsa delle radici. Se la prima parte della sua carriera può
essere ascritta a un realismo straniato e forte che arriva fino
alla metà de “La dolce vita”, da lì in avanti il suo cinema avrà
i colori dell’invenzione pura che troverà il culmine nella
metafora sul tempo che trascorre contenuta ne “E la nave va”
(1983). Sono questi i valori non soltanto artistici che marcano
oggi un vuoto incolmabile, trent’anni dopo. Perché la sua
lezione può essere compresa, assorbita, rievocata mille volte,
ma non può essere riprodotta fino alla nascita di un nuovo
Fellini, certamente diverso dall’originale, ma altrettanto
potente e unico. Quando una stella si spegne lascia per molto
tempo la sua scia di luce, ma non può più essere riportata alla
vita. Così è per l’opera del Grande Riminese che possiamo
contemplare e applaudire, ma sapendo che la sua immortalità è
ormai garantita solo dal filtro della memoria collettiva.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA