Nessuno sa con certezza quanto lunghi siano questi tunnel, la cosiddetta ‘metro di Gaza’. Yihyah Sinwar, il capo di Hamas a Gaza, disse nel 2021 che nell’enclave c’erano 500 chilometri di tunnel. Se fosse vero, i tunnel sotterranei di Hamas sarebbero un po’ meno della metà della lunghezza della metropolitana di New York. I tunnel sono da sempre un attraente strumento della guerra: dall’assedio romano all’antica città greca di Ambracia, passando per il Medioevo, fino alla battaglia ingaggiata per 80 giorni dagli ucraini contro le truppe russe, nei 24 chilometri di tunnel costruiti sotto l’impianto siderurgico Azovstal a Mariupol.
Ma ciò che rende i tunnel di Hamas diversi da quelli di al Qaeda sulle montagne dell’Afghanistan o dei Viet Cong del Sud-Est asiatico è che sono stati costruiti sotto una delle aree piuù densamente popolate del pianeta, dove quasi 2 milioni di persone vivono stipate in 360 km quadrati. “È sempre difficile avere a che fare con i tunnel, in qualsiasi contesto, anche quando si trovano in una zona montuosa, ma quando sono in un’area urbana, allora tutto è più complicato: (sono in gioco) gli aspetti tattici, strategici, operativi e, naturalmente, la protezione che si vuole garantire alla popolazione civile”, ha spiegato Daphne Richemond-Barak, che insegna all’Università Reichman di Israele ed è esperta di guerra sotterranea.
I tunnel sono scavati in profondità nel sottosuolo, cablati con elettricità e rinforzati con il cemento (Israele ha a lungo accusato Hamas di dirottare il calcestruzzo destinato a scopi civili e umanitari verso la costruzione della rete di gallerie sotterranee). Tra l’altro, secondo fonti di intelligence americane, negli ultimi due anni, i tunnel sono stati utilizzati dalla piccola cellula di miliziani che ha pianificato l’attacco a sorpresa contro Israele del 7 ottobre: senza telefoni cellulari né computer, grazie alle linee telefoniche cablate, i miliziani hanno potuto comunicare tra loro in segreto ed eludere il rilevamento dell’intelligence israeliana o statunitense.
“La maggior parte della dottrina militare sconsiglia i soldati dall’entrare nei tunnel sotterranei perché questo li espone a un rischio molto elevato”, prosegue Richemond-Barak, che studia da anni questo tipo di infrastrutture. Gli intricati corridoi, le stanze più grandi, i magazzini su diversi piani e dove l’umidità è elevata rendono facile disorientarsi e perdere la cognizione del tempo. Una volta sottoterra, è difficile comunicare con la superficie, poiché “normalmente il Gps non funziona sotto” e se un soldato rimane ferito diventa molto difficile soccorrerlo.
Per non entrare in questa trappola mortale, gli israeliani potrebbero sperimentare un nuovo tipo di arma, le ‘bombe spugna’. La nuova bomba consiste in un grande contenitore di plastica con due camere, in ognuna delle quali c’è una sostanza chimica. Una volta che il container viene portato in uno dei tunnel, a mano o grazie a un veicolo telecomandato, viene fatto esplodere con l’accensione a distanza: le due sostanze chimiche si mescolano e formano una schiuma (da cui il nome della bomba); e in brevissimo tempo, la schiuma diventa un solido duro come il calcestruzzo e sigilla gli spazi circostanti, intrappolando chiunque sia all’interno.
Secondo uno studio del professor Joel Roskin dell’Università israeliana di Bar-Ilan, i tunnel sotto la Striscia di Gaza iniziarono a essere costruiti nel 1982 dopo gli accordi di pace tra Israele ed Egitto, quando la città di Rafah fu divisa in una parte egiziana e un’altra a Gaza. Sono stati gli abitanti di Rafah che hanno iniziato a creare questi condotti per portare merci di contrabbando dall’Egitto a Gaza e per unire le famiglie che erano state separate dalla separazione.
A quel tempo, i minatori locali erano incaricati di scavare i tunnel per aiutare i residenti di entrambe i settori di Rafah. Nel corso dei decenni questi tunnel iniziarono a crescere in numero e lunghezza e ai beni essenziali contrabbandati si aggiunsero armi e munizioni. I tunnel si espansero in altre parti della Striscia e i militanti di Hamas che sono entrati nel territorio israeliano durante l’attacco del 7 ottobre lo hanno fatto proprio attraverso quei corridoi. È sempre difficile distruggere questi tunnel, ma se si trovano in un ambiente urbano con civili, come a Gaza City, “il compito diventa quasi impossibile”.
E questo è uno dei dilemmi che Israele si trova ad affrontare: “Possiamo aspettarci che Israele effettui bombardamenti per distruggere e non semplicemente neutralizzare le strutture sotterranee, con metodi come i ‘bunker buster’, gli attacchi guidati di precisione, le armi termobariche, e forse anche l’acqua ad alta pressione. La questione è come misurare la forza utilizzata, data la possibilità che tutti o alcuni dei 240 ostaggi che sono nelle mani Hamas e dalle altre milizie palestinesi, rapiti il 7 ottobre, siano proprio nei tunnel”.
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