Blinken aveva segnato sulla propria agenda alcuni punti, intorno ai quali costruire un dialogo: anzitutto, la contrarietà a un cessate il fuoco (sicuramente, la postilla più controversa, che ha infatti incontrato la disapprovazione dei partner arabi), motivata con la possibilità che in tal modo si darebbe ad Hamas di riprendere fiato e forze. E magari riorganizzare un altro attacco su larga scala, come quello del 7 ottobre. Washington, piuttosto, preferisce la formula, più volte ribadita, delle “pause umanitarie”, che permettano ai feriti di lasciare la Striscia attraverso il valico di Rafah, portando avanti al contempo la trattativa per la liberazione degli ostaggi.
Ma è proprio il passaggio frontaliero con l’Egitto il nodo più difficile da sciogliere in queste ore, con Hamas che subordina il via libera a questi sconfinamenti con l’ok alla messa in sicurezza dei feriti dal nord della Striscia, accendendo il disco verde alle ambulanze che viaggiano da Gaza city verso il sud. Il tutto, ovviamente, confermando l’ingresso ai camion di aiuti umanitari che dall’Egitto entrano nella Striscia. Gli Stati Uniti, e Israele, sono però contrari alla richiesta di Hamas poiché hanno subodorato che nelle liste dei feriti, che avrebbero la priorità a lasciare Gaza, si nascondono alcuni membri dell’organizzazione terroristica sunnita. Questi ultimi passerebbero davanti agli stranieri e ai cittadini con doppio passaporto. Sta di fatto che, anche oggi, il valico resta chiuso, con le parti bloccate in questa spirale di veti incrociati. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rifiuta ogni “tregua temporanea” se prima non verranno rilasciati i circa 240 ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
Scorrendo il foglio che Blinken aveva in mano, ieri e oggi, c’è la questione più strettamente politica, sottoposta ad Abu Mazen e accettata da quest’ultimo: sopprimere il potere di Hamas sulla Striscia di Gaza. Sotto l’egida dell’Onu, costituire poi una Forza internazionale di pace, composta da truppe arabe e occidentali, per preservare la sicurezza e garantire il peacekeeping dopo la fine delle ostilità. In tal modo, l’Autorità palestinese potrebbe vantare il prestigio e la riconosciuta autorità per prendere il governo di Gaza, unendo quel territorio a quello che già controlla, vale a dire la Cisgiordania. Così facendo, i finanziamenti promessi al popolo palestinese verrebbero sbloccati. L’Anp, ha subito chiarito Abu Mazen, “si assumerà tutte le sue responsabilità” per la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, nel quadro “di una soluzione politica globale”. Quelli tratteggiati, insomma, sarebbero i primi, timidi passi verso uno Stato di Palestina in forma embrionale, esito sperato che rilancerebbe i negoziati di pace.
Troppo ottimismo, forse, considerate le premesse. Blinken, dal canto suo, ha detto ad Abu Mazen che i palestinesi di Gaza “non dovrebbero essere sfollati con la forza”. Il suo interlocutore ha ribattuto dicendo di non avere “parole per descrivere il genocidio e la distruzione subiti dal nostro popolo palestinese a Gaza per mano della macchina da guerra israeliana, senza tener conto dei principi del diritto internazionale”. I due leader “hanno discusso degli sforzi per ripristinare la calma e la stabilità in Cisgiordania, compresa la necessità di fermare la violenza estremista contro i palestinesi e di chiederne conto ai responsabili”, ha fatto sapere il Dipartimento di Stato americano, ricordando che Blinken “ha espresso l’impegno degli Stati Uniti a lavorare per la realizzazione delle legittime aspirazioni dei palestinesi per la creazione di uno Stato palestinese”. Il ministro degli Esteri di Washington ha inoltre “riaffermato l’impegno degli Stati Uniti per la fornitura di assistenza umanitaria salvavita e la ripresa dei servizi essenziali a Gaza”.
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