“Il Messico è in qualche modo il
paese simbolo della migrazione”: lo ha detto l’ambasciatore
messicano in Italia, Carlos Garcia De Alba, nel corso di una
lectio magistralis tenuta all’Università per Stranieri di
Perugia, e dedicata proprio al fenomeno dei flussi di
popolazione che si spostano da dentro e fuori i confini del suo
e di altri Paesi. Intervento del quale l’Ateneo riferisce in un
comunicato.
L’ambasciatore ha tratteggiato le quattro direttrici
migratorie che convivono nel Paese: quella dei cittadini
messicani che sono migrati all’estero, quella di coloro che
dall’estero sono andati a vivervi, quella di ritorno dopo una
vita all’estero, e quella della rotta transfrontaliera con gli
Stati Uniti, definita fenomeno di “grandissima portata” e di
dimensioni preoccupanti sia in senso quantitativo che,
soprattutto, per la perdita di vite umane.
“I migranti che attraversano il Messico provengono da almeno
quattro continenti – ha sottolineato García De Alba -, e non
solo dal Sudamerica, poiché i 3.300 chilometri di confine
terrestre tra i due Paesi costituiscono una grande opportunità,
anche in senso geografico. Si tratta tra l’altro di una
frontiera complessa quella tra il mio paese e gli Usa, non solo
geografica ma anche socioculturale e religiosa: il mondo di
matrice anglosassone protestante e mondo cattolico
latinoamericano si fronteggiano lungo la sua direttrice, con
tutte le complessità del caso”.
Punto centrale della lezione di García De Alba – si legge
ancora nella nota – è stato il focus sul fenomeno migratorio in
sé, sulla sua dimensione planetaria e sulla necessità di porvi
un argine condiviso. “In un presente caratterizzato da masse di
popolazione trasmigranti in tutto il pianeta per cause legate a
povertà, guerra, disordini sociali ed emergenze climatiche – ha
puntualizzato l’ambasciatore – occorre costruire politiche
condivise che vadano oltre lo stretto interesse nazionale e
guardino soprattutto alla creazione di condizioni di vita
dignitose e di prospettive di sviluppo nei Paesi di origine”.
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