La testimone chiave è in Pakistan e
viene interrogata per telefono. Succede a Torino al processo per
l’omicidio di Rubina Kousar, 45 anni, di origini pakistane,
avvenuto a Pinerolo lo scorso marzo: l’imputato è il figlio,
Imram, 23 anni, che la avrebbe colpita più volte con martello,
lo scorso 9 marzo, dopo un banale rimprovero. La Corte d’assise
si è servita di questo stratagemma applicando alcune norme
introdotte di recente nell’ordinamento sulla disciplina della
videoconferenza.
La giovane testimone, figlia della vittima, aveva fatto
sapere di non volere rientrare in Italia (è stata descritta come
‘sconvolta’ dall’accaduto). Nel corso dell’udienza di oggi, la
presidente della Corte, Alessandra Salvadori, l’ha fatta
contattare da un familiare per verificare se volesse essere
ascoltata. Ottenuta una risposta affermativa, la giudice si è
servita del proprio cellulare e ha effettuato una chiamata video
con whatsapp. Le parole della giovane, rilanciate nell’aula
dall’impianto di microfonia, sono state registrate.
“Non è che mio fratello facesse stranezze vere e proprie – ha
spiegato – ma passava tutto il tempo sul divano al telefonino”.
Il papà ha riferito che negli ultimi tempi Imram (con il quale
aveva aspramente litigato pochi giorni prima) era diventato
taciturno. In seguito è stato interrogato anche Imran: “Ero
nella mia stanza – ha raccontato – e stavo usando il telefonino.
Guardavo delle cose a caso su YouTube. La mamma stava cucinando.
Mi ha detto ‘invece di stare sempre al cellulare vai cercarti un
lavoro’. Non ho capito più niente”. Nel corso delle indagini non
sono emersi elementi che lascino pensare a una patologia di
carattere psichiatrico: alla prossima udienza, comunque, la
Corte deciderà se disporre o meno una perizia.
La soluzione della chiamata via whatsapp ha permesso di
superare uno scoglio della procedura sull’acquisizione delle
dichiarazioni della ragazza, di cui si sa che vive in un piccolo
villaggio del Pakistan privo di indicazioni sulle vie e
sull’equivalente di numeri civici.
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