L’indagine è stata condotta congiuntamente dallo Sco, il Servizio centrale operativo della Direzione anticrimine della polizia di Stato, e dall’Fbi. E ha fatto emergere lo stretto rapporto che continua a legare le due organizzazioni criminali.
Le forze dell’ordine italiana e statunitense hanno lavorato su diverse famiglie mafiose e gli accertamenti sono stati coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. A operare sul territorio del nostro Paese sono stati gli agenti specializzati con unità cinofile, reparto volo e agenti speciali del Federal bureau of investigation in qualità di osservatori. Sette i fermi eseguiti in Sicilia, mentre a New York sono state eseguite dieci misure restrittive.
L’inchiesta ruota intorno a Francesco Rappa, detto Ciccio, storico capomafia di Borgetto, condannato definitivamente per tre volte per associazione mafiosa. Già a partire dagli anni Settanta Rappa era organicamente inserito nei colossali traffici di droga di Cosa Nostra tra la Sicilia e gli Usa e fu arrestato negli Stati Uniti dopo essere stato trovato con 81 chili di eroina nascosti nell’auto con cui era sbarcato dalla nave che lo aveva portato a New York. Uscito dopo tre condanne, Rappa ha riassunto la sua influente posizione nel clan ricollocandosi al vertice della famiglia mafiosa di Borgetto e continuando a mantenere rapporti con esponenti mafiosi come appunto i Gambino di New York, dove risiede il figlio Gabriele, ritenuto dalle autorità Usa affiliato alla cosca mafiosa criminale di oltreoceano. Proprio grazie al figlio Rappa ha continuato a svolgere, scrivono i pm, il ruolo di “privilegiato e autorevole interlocutore degli affiliati del sodalizio mafioso attivo negli Usa, perpetuando così la sua delicatissima funzione di collegamento tra la consorteria mafiosa siciliana e quella statunitense”.
“Sono consolidati e riattualizzati i rapporti di collaborazione tra Cosa nostra palermitana e quella americana”. Lo ha detto il questore di Palermo, Maurizio Calvino, aggiungendo che “il cuore di questa indagine è la conferma del peso di parti importanti della mafia palermitana e del ruolo che ancora possono avere su situazioni di malaffare che riguardano compagini malavitose d’oltreoceano. Fra i reati contestati quello di estorsione rimane la forma capillare di controllo del territorio da parte di cosa nostra e viene attuata oltreoceano con le stesse modalità e finalità con cui è attuata nel nostro territorio. Un metodo estorsivo che impone una diffusione più capillare, un’adesione meno traumatica ma più sostanziale e quindi più diffusa”.
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