I partecipanti hanno completato un questionario durante il quale hanno risposto a domande su cinque tipi di interazione sociale: quanto spesso erano in grado di confidarsi con qualcuno vicino a loro e quanto spesso si sentivano soli (misure soggettive); e quanto spesso sono stati visitati da amici e familiari, quanto spesso hanno partecipato a un’attività di gruppo settimanale e se vivevano da soli (misure oggettive). Dopo un follow-up medio di 12,6 anni, 33.135 partecipanti erano morti in base ai certificati di morte collegati.
Gli autori hanno scoperto che nel complesso, l‘aumento della mortalità era più fortemente associato a bassi livelli di misure oggettive di interazione sociale rispetto a bassi livelli di misure soggettive. L’associazione più forte riguardava gli individui che non avevano mai ricevuto visite da amici o familiari, che presentavano un aumento del rischio di morte associato del 39 per cento.
Inoltre, il beneficio della partecipazione ad attività di gruppo settimanali non è stato osservato nei partecipanti che non hanno mai ricevuto visite di amici o familiari; i partecipanti infatti che non hanno mai ricevuto visite ma si sono uniti ad attività di gruppo sostanzialmente hanno avuto un aumento del rischio di morte associato paragonabile a coloro che non hanno ricevuto visite e non si sono uniti a nessuno gruppo.
In un Briefing dedicato allo studio gli autori hanno segnalato che raggiunta la frequenza di una visita al mese di amici e familiari, un incremento nelle visite tendenzialmente non riduceva ulteriormente il rischio di mortalità, facendo quindi pensare a un effetto soglia nell’efficacia di questo tipo di socialità “Quello che abbiamo trovato – ha spiegato durante il Briefing, Jason Gill dell’Università di Glasgow – è che se non incontri mai i tuoi amici e i tuoi familiari rischi un livello più alto di mortalità. Ma quando inizi a vederli più o meno una volta al mese il rischio rimane più o meno lo stesso che tu li veda una volta al mese, una volta alla settimana, più volte alla settimana o anche ogni giorno. Quindi sembra proprio che ci sia un effetto soglia”.
Sempre nel Briefing gli autori hanno rimarcato di non avere dati a sufficienza per individuare i nessi causali all’origine delle riduzioni nei rischi di mortalità evidenziati. Una ipotesi, per quel che riguarda il più marcato risultato delle visite di familiari e amici è che la qualità delle stesse sia particolarmente rilevante per l’individuo in solitudine contribuendo così alle sue chance di sopravvivenza.
“È possibile – ha chiarito Foster nel Briefing – che amici e familiari possano offrire un livello particolare di supporto per le persone, per esempio li possano aiutare ad accedere a servizi sanitari” e, appunto, – ha aggiunto – “è possibile che le visite di familiari e amici siano legate a una relazione di qualità più elevata per l’individuo in solitudine e quindi che questi percepisca la sensazione della qualità della relazione”.
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