L’icona è esposta in parallelo a un arazzo contemporaneo della Vergine in trono prestato dal museo di Cleveland che è partner dell’iniziativa. Aperta fino al 3 marzo, Africa e Bisanzio “rende giustizia, grazie a monumentali affreschi, mosaici, dipinti su legno, gioielli ceramiche e manoscritti miniati, a un’area sottorappresentata della storia dell’arte e finora solo marginalmente studiata”, ha detto il direttore del Met, Max Hollein, durante la presentazione alla stampa. Raccogliendo il testimone dalla trilogia del Met sull’arte bizantina (Glory of Byzantium, Bisanzio: Fede e Potere e Bisanzio e Islam), la curatrice Andrea Achi ha messo insieme arte, religione, letteratura, storia e archeologia per puntare i riflettori sulle comunità multiculturali nella regione. L’Egitto, tradizionalmente restio ai prestiti, ha portato per l’occasione a New York, oltre ai pezzi dal Sinai, altri sette oggetti dall’Egyptian Museum di Tahri e dal Coptic Museum.
“Chi sa quali popoli dell’impero romano erano cosa, visto che tutti sono diventati romani e tutti sono chiamati romani”, aveva detto Sant’Agostino alla congregazione di Cartagine nel 416 in una frase che dà il via alla mostra sintetizzando l’unità politica e la diversità culturale dell’impero in epoca tardo antica. La mostra si concentra sui secoli in cui gran parte del Nord Africa era governata da Costantinopoli, per passare poi allo sviluppo dei regni cristiani nel Corno d’Africa tra quarto e settimo secolo e alle diverse tradizioni artistiche e religiose fiorite in Tunisia, Sudan, Egitto e Etiopia tra ottavo e quindicesimo.
Fede, politica e commercio per terra e per mare legavano queste comunità a Bisanzio. Gli oggetti in mostra coprono quasi duemila anni di storia: tra questi un dipinto su legno attribuito al veneziano Nicolò Brancaleon, pittore attivo alla corte etiope alla fine del Quattrocento, in cui il colore rossastro della pelle della Madonna è associato a tratti dei volto derivati dalla tradizione pittorica italiana.
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