Mattarella ha anche evidenziato che “sono tanti altri i talenti inespressi” perché ancora non viene offerta loro la possibilità di farlo. “Questa è una sfida importante che riguarda l’intero movimento paralimpico”, “a partire dal lavoro”, ha spiegato.
“I successi raggiunti e le medaglie raccolte sono un traguardo, ma soprattutto una sollecitazione. Queste medaglie danno grande orgoglio all’intero Paese, consentono di seguire con sempre maggiore ammirazione lo sport paralimpico”. “Tutti gli atleti si misurano con difficoltà, limiti e capacità, cercando di superarli – ha aggiunto il capo dello Stato -. I motivi di orgoglio sono una sollecitazione a tanti altri giovani a impegnarsi nello sport paralimpico. Sono talenti di cui il Paese ha bisogno, nello sport e negli altri settori della vita sociale”.
“E’ una splendida idea quella del Festival realizzato quest’anno in un luogo meraviglioso, in una città fantastica che si chiama Taranto, impreziosita dalla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Abbiamo belle storie da raccontare. Il titolo dato a questa kermesse è ‘Sport e linguaggio universale’. Non cadremo nella trappola della retorica”. Con queste parole Iacopo Volpi, direttore di Rai sport, ha aperto la quarta edizione del Festival della Cultura Paralimpica, in programma a Taranto fino al 17 novembre. “L’evento – ha aggiunto Volpi – arriva al sud grazie a una grande idea del presidente del Comitato paralimpico Pancalli dopo aver girato un po’ l’Italia tra Roma, Milano e Padova. Ora è arrivato qui in città bellissima”.
Da parte sua, il ministro dello Sport Andrea Abodi ha sottolineato che il linguaggio universale dello sport. “E’ un linguaggio universale. Lo dice proprio lo spirito di questo appuntamento. Quella dello sport in generale e della cultura paralimpica merita un’ulteriore affermazione che non è solo dettata dalle medaglie, tante, crescenti e un numero sempre più ampio di persone che riscopre la vita in qualche maniera. Una ricerca molto interessante che è stata fatta ci fa sapere che il 75% delle persone con disabilità, quindi degli atleti paralimpici che intraprendono questo percorso sono felici”. “Penso che questa – ha aggiunto – sia una chiave di interpretazione dello stato d’animo che dovremmo scoprire anche noi che pensiamo sempre a quello che non abbiamo, mentre queste donne e questi uomini riescono a valorizzare al massimo quello che hanno”.
La prima a salire sul palco per raccontare la sua esperienza è stata Alessandra Campedelli, che ha allenato la nazionale di volley di ragazze sorde e poi la nazionale iraniana di volley. “Io – ha raccontato – non conoscevo il linguaggio dei segni benchè avessi un figlio sordo. Avevo però un vantaggio: grazie a Riccardo avevo sviluppato una capacità di comunicazione non verbale. Poi ho imparato il linguaggio Lis per potermi rivolgere a loro in campo, per spiegare loro che non sarebbero state atlete di serie B ma persone, senza alcun pietismo. Avrei provato a dare loro strumenti per valorizzare il talento di ognuna”. Quando è arrivata la chiamata dalla nazionale iraniana di volley “la partenza – ha ammesso Campedelli – è stata davvero difficile, come era già successo con le ragazze sorde. Ho fatto io l’esperienza di sentirmi esclusa, diversa, ho compreso come ci si sente, ero analfabeta dal punto di vista della comunicazione. In pochissime conoscevano l’inglese. Mi sono sentita analfabeta anche dal punto di vista non verbale. Il linguaggio non verbale è molto diverso. Loro nascono e crescono per non far vedere quello che esprimono”. Alessandra Campedelli ha ricordato che “tutte le certezze si sono infrante davanti a una cultura complessa da comprendere. Credo che sia stata un’opportunità per me: queste esperienze le ho riportate nel mio lavoro di insegnante e poi di allenatrice”.
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