Taghi Rahmani è arrivato per partecipare a un evento di Amnesty international che da sempre segue la questione iraniana da vicino, denunciando la sistematica violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese del Medio oriente dove vige la pena di morte.
Qualche giorno fa, la Premio Nobel, ha cominciato lo sciopero della fame perché le autorità non l’hanno lasciata uscire dal carcere per curarsi in ospedale. Lei che da sempre lotta contro l’hijab obbligatorio.
Prima di tutto abbiamo chiesto a Rahmani come sta la coniuge attivista divenuta eroina delle donne a livello globale.
“Mia moglie non è più in sciopero della fame. Aveva posto come condizione il rifiuto del velo per essere curata in ospedale, aveva detto che non sarebbe mai uscita con l’hijab e le autorità hanno accettato che uscisse senza per le cure in ospedale, così ha interrotto lo sciopero e ora viene assistita ma non sta molto bene”, ha detto il 64enne attivista e dissidente esule a Parigi.
E spiega: “In Iran è in corso una sorta di lotta corpo a corpo quotidiana, la si vede per le strade. Le donne continuano a lottare per i diritti civili, lo Stato ha regole disumane e crudeli e vorrebbe reprimerle, loro però resistono”.
“Mia moglie non crede nel velo per se stessa, lo combatte, però sa che può essere una libertà di scelta per le iraniane, sa che la legge sul velo deve essere cambiata. Vuole abolire la legge sulla pena di morte, e favorire l’uguaglianza di genere. Le autorità stanno lasciando più libertà sul velo, ma resta da fare una legge. Se fino a un anno fa la polizia morale non ammetteva di vedere una ciocca di capelli, ora chiude un occhio”.
La comunità internazionale, tra cui l’Onu chiede la liberazione di Mohammadi, se non altro per ritirare il Nobel a dicembre a Oslo, ci sono possibilità?
“La speranza che sia liberata c’è, ma abbiamo bisogno della forza di tutte le organizzazioni per i diritti umani perché questo avvenga. Un premio Nobel per la pace non dovrebbe essere detenuta, ha bisogno di esprimere con chiarezza concreti di pace e di uguaglianza di genere fuori dal carcere. In Iran le studentesse rappresentano la maggioranza nelle università, ma ci sono ancora professioni vietate alle donne. La vita sociale, economica e religiosa è un problema in Iran”.
Perché è venuto in Italia?
“Sono qui per lanciare un appello allo Stato italiano, alle organizzazioni dei diritti umani presenti in Italia, al popolo italiano che la situazione in Iran deve cambiare. Viviamo in un mondo globalizzato, i nostri destini si intrecciano inevitabilmente, se uno Stato non accetta i principi democratici, l’effetto boomerang potrebbe essere inevitabile. La guerra da noi porta immigrati da voi, in Europa, questo crea problemi soprattutto ai governi di destra, ma se si difende la democrazia si difende anche la sicurezza”.
Lei da anni è esule a Parigi, cosa pensa del ruolo della diaspora iraniana oggi?
“La diaspora sta crescendo, siamo in 7 milioni fuori dal paese e possiamo avere effetto sulle questioni interne. Ci sono state delle difficoltà, il regime ha represso tutta l’opposizione, mettendoli uno contro l’altro. La dichiarazione universale dei diritti umani è la base per risolvere questi problemi. Il popolo non si rivolge alla diaspora, ma la diaspora è la voce degli iraniani. Deve essere il popolo interno a decidere la sua strada”.
Noi da qui possiamo solo immaginare le sofferenze di Narges Mohammadi come donna, come moglie e come madre. Come vi siete conosciuti?
“Nel 1994 sono uscito dal carcere dopo 11 anni, ho conosciuto Narges a Qazvin, era una studentessa del mio corso di storia diciamo “clandestino”, era una ragazza vivace, mi sono affezionato a lei e dopo due anni le ho chiesto di sposarmi. In 25 anni di matrimonio, e dopo tutto il carcere che ci siamo fatti, siamo stati insieme solo 4 anni, non immaginavo di arrivare a questo punto, ma lei e io lottiamo per quello in cui crediamo, anche noi vogliamo una società basata sul rispetto dei diritti umani. Dopo il Nobel, nella lettera ai nostri due figli ha scritto: “spero che mi perdoniate”, “migliaia di bambini in Iran soffrono ma è anche per loro che sto lottando e spero che mi capiate”. I nostri gemelli, Ali e Kian, oggi 17enni, non la vedono e sentono da 8 anni, hanno sofferto tanto, hanno dovuto lasciare il loro Paese ma la sostengono, più crescono e più capiscono”.
Pensa che cambieranno le cose in Iran?
“Vogliamo che succeda prima possibile. Noi che crediamo nella libertà e nella democrazia facciamo di tutto affinché un giorno ci sia un Iran libero dove tutti possano sentirsi felici”.
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