La sfida, attraverso la raccolta, l’analisi e la diffusione dei dati sui consumi degli italiani, di educare e indirizzare i consumatori verso un’alimentazione più sana, consapevole e rispettosa dell’ambiente.
Questo l’obiettivo che “Nutriformarsi”, la Giornata della Nutrizione del CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) persegue da anni.
Quest’anno fa il punto, partendo dalle indagini più recenti realizzate dal gruppo di ricerca Crea, sulle reali inclinazioni degli italiani nella scelta degli alimenti.
Perché un’indagine sui consumi
Il CREA, con il suo centro di ricerca Alimenti e Nutrizione realizza da 40 anni indagini nazionali sui consumi alimentari che consentono di quantificare il consumo giornaliero di tutti gli alimenti e le bevande assunte dal singolo individuo. Si tratta di dati unici nel panorama italiano, comprendono anche analisi delle caratteristiche nutrizionali e del rapporto tra alimentazione e salute e stile di vita (inclusi fattori socioeconomici e motivazioni delle scelte alimentari).
Giornata della Nutrizione
I consumi alimentari sono la vera chiave di volta per poter formulare qualsiasi politica agroalimentare, spiega il professor Mario Pirotti, Commissario straordinario del Crea.
“I dati che elaborano i nostri ricercatori influenzano profondamente il modo in cui ci nutriamo; è indispensabile che siano costantemente aggiornati per capire dove stanno andando gli italiani nel campo dell’alimentazione e intervenire a livello di politiche alimentari per correggere, educare e rendere la popolazione più consapevole sul come nutrirsi”, spiega Pirotti nel video.
La ricerca Crea è condotta seguendo le linee guida stabilite dall’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) nell’ambito del programma Eu Menu che coinvolge ben 21 Paesi.
Si tratta di analisi condotte con metodologie che, negli anni, sono diventate sempre più mirate; i dati sono raccolti analizzando fasce sempre più larghe di popolazione, compresi i bambini molto piccoli, inizialmente esclusi dalle indagini.
Quest’anno, tra i dati emersi, il fatto che alcuni alimenti continuano ad essere consumati troppo poco: frutta, verdura e legumi, veri e propri “sorvegliati speciali” che i ricercatori devono monitorare nel tempo.
Un patrimonio ghiottissimo di conoscenza su come ci nutriamo a cui attingono tutti coloro che si occupano della salute e della qualità di vita della popolazione e dell’ambiente: i produttori della filiera agroalimentare, i ricercatori coinvolti nella sicurezza alimentare, i medici che dall’analisi dei dati comprendono quanto l’alimentazione incide sull’aumento e sulla prevenzione delle patologie, chi si occupa di ambiente e sostenibilità.
Perché è importante sapere cosa mangiamo
Il ruolo fondamentale dei dati forniti dal gruppo di ricerca del Crea è stato ribadito nel corso della tavola rotonda di Nutrinformarsi.
Francesco Cubedda, primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità ha sottolineato come l’impatto dell’uso dei dati nella salute sia fondamentale. “Il Dipartimento Sicurezza alimentare e nutrizione dell’ISS li utilizza su base quotidiana, in primis per valutazioni sulle concentrazioni di nutrienti e di contaminanti negli alimenti” ha sottolineato.
Ma i dati sono necessari anche per fornire informazioni sui nuovi cibi che stanno prendendo piede nella nostra cultura e su cui mancano dati precisi. Un esempio è quello dei cosiddetti “novel food”, nuovi alimenti su cui spesso la difficoltà è fare una valutazione perché mancano ancora gli studi.
I dati sono una ricchezza costante anche per la filiera agroalimentare, ha sottolineato Ettore Prandini, presidente Coldiretti.
“L’utilizzo del dato, in sinergia con i ricercatori, ci ha aiutato a correggere comportamenti nelle coltivazioni, per esempio abbattendo il consumo di acqua. Ci permette di monitorare il reale andamento dei consumi e di arginare eventuali speculazioni sui prezzi. Ci supporta nell’analisi della filiera per programmare la produzione primaria nei prossimi anni “.
Giornata della Nutrizione
Cibo ed emozioni
I dati scientifici non sono però gli unici a essere importanti per capire le abitudini alimentari degli italiani. L’aspetto psicologico ricopre un ruolo sempre maggiore.
Oggi il consumatore non è solo l’utente finale di una filiera, ma va considerato già nelle fasi iniziali della filiera alimentare.
Intervenire e modificare il comportamento del consumatore è una delle principali sfide dell’alimentazione. “Se i dati scientifici osservano ciò che è visibile, la psicologia come scienza del comportamento può dare delle risposte su ciò che è sotto traccia, osservando ciò che non è osservabile”, ha spiegato Guendalina Graffigna, ordinario di psicologia dei consumi e della salute all’Università del Sacro Cuore di Piacenza.
La psicologia è una delle discipline che può aiutare a capire perché a volte si adottino determinate abitudini alimentari, anche se nocive, o perché l’umore negativo ci spinga a cercare il “comfort food”.
Giornata della Nutrizione
“Nel consumatore la scelta non è solo razionale, il cervello umano è molto più complesso. Viene sempre attivata una valutazione soggettiva che parte dalla cultura, le esperienze, le emozioni. Ognuno ha delle modalità di scelta.
Quando si parla di cibo la sfida è, dunque, comprendere la parte irrazionale inconscia dei consumi non solo quella razionale.
A guidare le scelte alimentari, secondo lo studio esposto da Graffigna, sono diversi fattori: l’effetto “Framing”, ossia le informazioni che ci arrivano sul prodotto anche attraverso il confezionamento. Il “Food involvement”, l’approccio emozionale che abbiamo con il cibo e l’attenzione alla salute nel mangiare (“Health engagement”).
Ecco allora – spiega ancora Graffigna – che molti investono tanto sul cibo per un bilancio emozionale; per altri mangiare alcune cose è un modo di affermare la realizzazione personale; c’è poi chi cerca affermazione sociale, o ancora socialità.
Scopriamo per esempio che il vino è consumato soprattutto da chi ha velleità di autoaffermazione, sia sociale che personale, o che dietro alla scelta di consumi Bio c’è una volontà di autoaffermazione.
Interessante anche il fatto, emerso dallo studio presentato dalla psicologa dei consumi, che Il salato viene percepito come più salutare rispetto al dolce, o che i prodotti “senza” (lattosio, glutine, olio di palma, ecc.) hanno un forte impatto sul consumatore che li percepisce di qualità maggiore.