La scorsa settimana a Woodside, alle porte di San Francisco (California), il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ricevuto il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Si tratta di un vertice importante, forse decisivo per il riconoscimento di un nuovo ordine mondiale necessario anche per calmierare la complicata e conflittuale situazione internazionale. Il dossier dell’economia è stato naturalmente centrale. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova.
Xi Jinping si reca negli Stati Uniti dopo 6 anni. L’ultimo suo viaggio era stato nel novembre del 2017. Cosa emerge di importante e di nuovo dal vertice di Woodside?
L’ultima volta che il leader cinese Xi Jinping è stato negli USA, alla Casa Bianca c’era Donald Trump. Naturalmente, la pandemia ha contribuito molto ad accrescere la distanza tra Washington e Pechino ma non credo sia stato l’unico fattore. Non a caso nel vertice di Woodside si è parlato molto di economia. Credo che sia questo il terreno sul quale è maturata la difficoltà delle relazioni tra USA e Cina. Xi ha appunto detto a Biden “Il mondo è abbastanza grande affinché entrambi i Paesi possano avere successo”. E ha definito la partnership tra Stati Uniti e Cina “la relazione bilaterale più importante al mondo” aggiungendo che lui e Joe Biden “si assumono pesanti responsabilità per i due popoli, per il mondo e per la storia”. Non credo siano solo parole, penso piuttosto che siamo a una svolta nelle relazioni internazionali.
Su cosa è fondata la sua sensazione di una svolta vicina nelle relazioni internazionali?
Lo abbiamo detto tante volte, pandemia e guerra rappresentano la fine di un ordine. In realtà, il vecchio palinsesto multilaterale vacillava già da Lehman Brothers. Ricorderei che dopo il 2008 è finita la spinta propulsiva della globalizzazione, l’America ha cominciato a preoccuparsi di se stessa, si è avviato il processo di reshoring delle produzioni. Il processo di rilocalizzazione produttiva inizia con Obama, in particolare durante il suo secondo mandato, e si acuisce durante la presidenza Trump che, peraltro, arriva a istituire i dazi. Sono gli anni in cui l’America, in particolare, si accorge del pericolo cinese. Riportare a casa le produzioni significa, anche, porre un freno all’interdipendenza che non è solo economica ma anche tecnologica. È questo processo ad avviare il cosiddetto decoupling, lo sdoppiamento delle catene del valore. Su questi due piani – quello economico e quello tecnologico – matura la distanza politica tra USA e Cina. È questa la fase in cui il mercato globale rallenta fino a crollare, con la pandemia. Oggi è vero che gli scambi sono ripresi ma le economie sono deboli. Mi riferisco in particolare a quella europea e a quella cinese. E questa è la ragione per cui Xi cerca un’intesa con Biden, anche perché gli USA stanno mostrando una certa vitalità.
Può spiegare meglio questo punto?
Oggi la Cina non cresce più a ritmo del +8/9% e nel Paese sono emerse le fragilità strutturali di un’area cresciuta in modo molto accelerato. E per questo a Pechino hanno deciso di affrontare i problemi che hanno al loro interno: dalla crisi del debito – che è complessa perché i soggetti più indebitati sono gli enti locali, dove si annidano forti potentati – ai noti aspetti demografici oggi sempre più seri – ricambio generazionale debole, città che si spopolano, carenza di forza-lavoro – alla crescente siccità nella Cina settentrionale. Inoltre, la situazione stagnante in Europa preoccupa Xi Jinping e il governo cinese: l’economia del Dragone si sta espandendo nei Brics (in particolare in Russia e in Brasile) ma il mercato europeo resta molto importante per la Cina, anche perché è un mercato molto ricco. Del resto, come Emmanuel Macron e Janet Yellen hanno detto qualche mese fa, “l’Occidente non può permettersi un decoupling radicale con la Cina”. La stessa cosa vale per la Cina, i due mondi sono ancora molto interdipendenti. E la Cina dipende ancora molto dall’Occidente. In questo senso, le parole che Xi Jinping ha rivolto a Biden sono piene di questa consapevolezza.
Si tende a descrivere questa fase storica con lo schema autocrazie contro democrazie. Alla luce di quello che sta avvenendo, cosa possiamo dire?
È evidente che c’è una riconfigurazione del potere nel mondo che segue questo schema. È altrettanto vero, però, che si tratta di nuovi blocchi che nascono per effetto della crisi del mercato globale. Non tutte le grandi potenze vogliono la guerra e l’instabilità: Russia e Cina, in questo senso, sono diverse. La Russia non è solo animata da un riflusso imperialista ma anche dal risentimento della propria debolezza sul piano economico. La globalizzazione ha fatto ricca l’oligarchia russa per via delle esportazioni di oil and gas. Ma Putin non ha saputo far crescere un’industria. La Russia, in questo senso, è un paese ricchissimo di materie prime ma incapace di trasformarle. Questo è il motivo per cui Putin lavora per l’instabilità nel mondo, in particolare nei confronti dell’Europa, che ha interrotto la sua dipendenza dal gas russo. La Cina, invece, consapevole della dinamicità del suo sistema economico e della sua crescente egemonia, vuole la stabilità, vuole la pace nel mondo. Anche in questo senso le parole di Xi Jinping sono importanti.
Cosa può cambiare concretamente nel mondo a questo punto?
Penso, e spero, che realmente l’incontro Biden-Xi apra a una fase di promozione della pace e di allentamento dei conflitti. Credo che, in questo momento, sia meno difficile in Ucraina che in Medio Oriente: peraltro, una soluzione della crisi ucraina gioverebbe all’economia cinese. È chiaro quanto questa guerra produca instabilità in Europa. Una interruzione del conflitto gioverebbe all’economia europea; e, di conseguenza, a quella cinese. Inoltre, con l’allargamento dei Brics – che valgono circa un terzo dell’economia mondiale – l’egemonia della Cina nel mondo è cresciuta. Gli Stati Uniti sanno che è iniziata una nuova stagione che chiede nuove strategie di politica internazionale, anche se tanto nuove non sono. La globalizzazione, come diceva Kissinger, è stata l’espansione del potere degli Stati Uniti nel mondo. Oggi si tratta invece di contenere il rafforzamento delle autocrazie, esattamente come – durante la guerra fredda – è stata contenuta l’avanzata del comunismo. In particolare, durante il mandato del presidente Eisenhower (1953-1961), la “dottrina del containment” assicurava sostegno economico ai paesi alleati proprio in chiave anticomunista. Non credo che oggi gli USA possano assicurare sostegni economici ai paesi alleati ma stanno lavorando in modo meticoloso per la ricostruzione della loro sfera di influenza, dopo anni di isolazionismo destabilizzante in particolare per l’Europa, che degli USA ha molto bisogno.
A proposito di Europa, cosa può significare tutto questo per l’Unione?
Se andiamo a leggere con attenzione la programmazione europea, scopriamo che il primo obiettivo di Bruxelles è rispondere alla riconfigurazione della globalizzazione. L’Europa è lenta ma in questa fase è consapevole – e anche spaventata, si pensi alla Germania – di ciò che sta accadendo nel mondo. Come si diceva in precedenza, i rapporti economici UE-Cina sono in fase di ridimensionamento, i tedeschi in particolare sanno che la stagione trainata dall’export verso Pechino è agli sgoccioli. Per questo, anche l’UE – come gli USA e come la stessa Cina – sta lavorando per consolidare il mercato interno. I piani di sostenibilità e la recente tassa sul carbone seguono questa logica.
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