“Quando si parla di prevenire la
violenza maschile contro le donne la cosa da fare è mettere al
centro il genere, i modelli di ruolo di genere, i modelli di
amore e di relazione intima. Qualunque altra ricetta, come
quella di chi propone l’educazione civica, riporta le lancette
indietro di decenni e mostra di ignorare le dinamiche
particolari di questo fenomeno, che non è certo riconducibile ad
una generica mancanza di rispetto, di cultura della legalità o
di empatia né è paragonabile ad altre e pur gravi forme di
violenza come il bullismo”. Lo dice la sociologa dei media ed
esperta di studi di genere, Commissaria AgCom, Elisa Giomi a
proposito del dibattito che si è “finalmente aperto sulla
violenza sulle donne che vede coinvolte tutte le istituzioni e
le parti sociali”.
“Comunque la si chiami, educazione affettiva, sessuale, alle
relazioni, alle differenze, siamo in grave ritardo e a dircelo
sono i numeri che ci consegnano le cronache e gli allarmi dei
centri antiviolenza” prosegue Giomi che a proposito della
necessità di focalizzarsi sui modelli di ruolo di genere
ricorda: “Siamo circondati da bravi ragazzi che non hanno mai
usato violenza contro i propri compagni di studio, amici o
datori di lavoro, neppure in risposta alle vessazioni, eppure
sono capaci di uccidere ferocemente colei che dicevano di
amare”.
“Puntare il dito sul genere non significa certo mettere
sotto processo i ‘maschi in quanto maschi che equivarrebbe a
concepire la violenza come dato di natura e quindi
immodificabile. Al contrario, significa andare al cuore delle
leggi non scritte che tutti e tutte abbiamo interiorizzato fin
da bambini, e che portano a vedere la violenza come
un’espressione legittima, addirittura costitutiva del genere
maschile, banco di prova di virilità, forma accettabile sia nei
bambini che negli uomini di espressione delle emozioni negative,
di risoluzione dei conflitti, di affermazione del potere”
prosegue Giomi che conclude: “La violenza sulle donne è un
problema strutturale anche nelle nostre società moderne e
avanzate, per questo occorre smantellare l’ordine simbolico che
la produce e per farlo è fondamentale l’impegno di tutti,
famiglie, scuola, università, politica e istituzioni”.
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