“La violenza è un peccato, la guerra è un crimine”, ribadisce padre Guaita all’ANSA, spiegando le ragioni che nel 2022, subito dopo l’inizio dell’intervento armato russo, lo hanno spinto con un gruppetto di confratelli a diffondere un appello per la pace su internet che ha raccolto le adesioni di oltre 300 preti. La domanda allora sorge spontanea: come mai la Chiesa russa non ha condannato la guerra, a tal punto che il patriarca Kirill è considerato un alleato e convinto sostenitore del presidente Vladimir Putin? “Non spetta a me rispondere – dice il religioso italiano -. Ma invito tutti a ricordare che la parola ‘pace’ è tra quelle che più ricorrono nei Vangeli, quella che apre ogni celebrazione nella Chiesa ortodossa. La prima cosa che Gesù risorto dice agli apostoli è ‘pace a voi'”. E padre Guaita continua a ricordarlo nei suoi sermoni, ma senza mai usare parole che “infrangano la legge”, sottolinea.
Diversi sacerdoti della Chiesa russa che hanno preso pubblicamente la stessa posizione, tuttavia, hanno pagato di persona. I media internazionali parlano di sanzioni che sono andate da un semplice rimprovero verbale dei superiori al trasferimento in chiese periferiche, e in un caso estremo alla riduzione allo stato laicale per un sacerdote che in una preghiera ha sostituito le parole “per la vittoria” con quelle “per la pace”. Normalmente l’accusa nei loro confronti è di avere fatto politica dall’altare. Padre Guaita finora non è stato punito, anche se sa quali pericoli corre. Ma le sue scelte, fin dalla giovinezza, non sono mai state scontate, o facili.
A soli 18 anni lascia la sua Iglesias, in Sardegna, per andare in Svizzera. Qui si mantiene vendendo fiori per le strade di Losanna. Poi, avendo imparato in breve tempo il francese, si rende conto di avere un dono per le lingue e si iscrive all’università per studiare il russo. Nel 1985 il primo viaggio di studio, a Leningrado. “Una settimana dopo che ero ripartito – ricorda – Gorbaciov fu nominato alla guida del Pcus, solo due anni più tardi cominciava la Perestroika”. Dopo la laurea con una tesi sul regista Andrei Tarkovsky, Giovanni Guaita si stabilisce definitivamente in Russia, prima come traduttore, poi come insegnante di Letteratura italiana all’università e oggi come sacerdote. In questi quasi 40 anni ha visto cambiamenti epocali: la caduta dell’Urss, la presidenza Eltsin (“anni di piena libertà”, li definisce), poi i vari periodi di Putin.
“Ricordo gli ‘afghani’ – dice -. Cioè i militari reduci dall’Afghanistan, con i loro enormi problemi psichici. Alcuni si arruolavano nella criminalità organizzata, anche come killer. Cosa succederà con gli ‘ucraini’ che torneranno da questo conflitto? Oltre ai morti ci saranno mutilati, uomini mentalmente destabilizzati, per non parlare dei criminali usciti dalle carceri per andare a combattere”.
Ma cosa pensano i russi di questa guerra? I sondaggi del Centro Levada, autorevole istituto di statistica indipendente, mostrano che la maggior parte di loro sostiene le politiche di Putin, anche se crescono coloro che vorrebbero una soluzione negoziata. “Il sostegno al conflitto si va affievolendo, c’è tanta gente che non vuole più questa guerra, e tanti lo dicono anche in confessione”, assicura il sacerdote italiano. Che poi ha parole di ammirazione per l’iniziativa di pace del Vaticano affidata al cardinale Matteo Zuppi. “Sta facendo benissimo, e ha una grande esperienza”, osserva padre Guaita. Non solo: il presidente della Cei, arcivescovo di Bologna, ha dimostrato “vicinanza ai fedeli e fratellanza per i sacerdoti e i vescovi” della Chiesa russa, mettendo a loro disposizione una parrocchia nel capoluogo emiliano.
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