Nel frattempo un’altra notizia ha scosso il Medio Oriente. È morto sotto un bombardamento israeliano nel Sud del Libano il figlio di Mohamed Raad, un esponente di spicco di Hezbollah, nel Parlamento libanese. Lo ha riferito una fonte vicina alla famiglia. Il figlio di Raad, presidente del gruppo parlamentare di Hezbollah, “è stato ucciso, insieme ad altri membri” del gruppo sciita in un attacco israeliano contro una casa nel villaggio di Beit Yahoun, ha aggiunto la fonte, che ha chiesto l’anonimato.
Dopo un mese e mezzo di guerra e interminabili negoziati, Israele e Hamas hanno concordato una pausa di quattro giorni nei combattimenti, la prima tregua da quando Israele ha cominciato a bombardare la Striscia di Gaza, dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre che aveva fatto più di 1400 morti, tra civili e militari.
La pausa nei combattimenti consentirà il rilascio graduale di 50 ostaggi, detenuti a Gaza, in cambio dell’uscita di 150 prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane; e consentirà anche l’ingresso di aiuti umanitari – cibo, medicinali e carburante – nell’enclave assediata. Lo scambio riguarderà solo donne, bambini e adolescenti. Anche Hezbollah rispetterà la tregua.
È il primo raggio di speranza in un mese e mezzo di orrore, un raggio di luce che però non offre alcuna garanzia sulla fine di una guerra che, stando ai dati di Hamas, ha seminato 14.500 morti tra i palestinesi, oltre 35mila feriti, 7mila dispersi e raso al suolo Gaza.
L’accordo è stato mediato in settimane di negoziati segreti da Qatar, Usa ed Egitto. Ma non tutto è ancora chiarissimo. Non è un caso che il direttore del Mossad, David Barnea, sia andato a Doha per discutere gli ultimi dettagli dell’intesa. Hamas dovrebbe rilasciare gli ostaggi in blocchi di 12/13 persone e si sarebbe impegnata a liberarne cinquanta in quattro giorni.
Israele ha fornito la lista dettagliata dei detenuti che è pronta a liberare. Meno chiara quella di coloro che usciranno da Gaza (secondo Hamas, da domani (23 novembre) a partire dalle 10 ora locali, le 9 in Italia). Sono almeno 35 i bambini rapiti, 18 dei quali hanno meno di 10 anni. Tra i più piccoli c’è Kfir Bibas, un neonato di appena 9 mesi quando fu portato via dal kibbutz di Nir Oz, insieme a suo fratello Ariel, 4 anni, e ai suoi genitori, Yarden e Shiri. Alcuni di loro hanno compiuto gli anni in cattività, come Emily Hand, 9 anni. C’è anche una piccola, 3 anni appena, rimasta orfana dei genitori nell’incursione.
Almeno 68 dei rapiti sono donne, almeno 8 degli ostaggi hanno più di 80 anni. Hamas li consegnerà alla Croce Rossa, che a sua volta li trasferirà alle forze armate israeliane. Israele si prepara ad accoglierli e sono già state emanate le linee guida, importanti sopratutto per i minori. A ogni soldato verrà assegnato un bambino: quando lo incontrerà, il militare si dovrà presentare, rassicurarlo che si trova in un luogo sicuro, poi dovrà sincerarsi se ha sete, caldo o freddo, e dovrà chiedere il permesso prima di qualsiasi contatto fisico.
I sequestrati verranno sottoposti a un primo controllo medico, poi portati in uno dei cinque centri medici individuati in Israele per incontrare le loro famiglie. Successivamente, le autorita’ mediche e di difesa valuteranno insieme se almeno una parte degli ostaggi potrà essere interrogata.
L’intesa lascia comunque circa 190 ostaggi a Gaza, di cui circa la metà si ritiene siano militari. Non tutti gli ostaggi sono detenuti da Hamas, alcuni sono nelle mani della Jihad islamica palestinese, una fazione estremista separata, e di altre bande criminali a Gaza. L’accordo, a cui nel governo israeliano si sono opposti fino alla fine i tre ministri di estrema destra, prevede una clausola ‘d’incentivo’: per ogni 10 ostaggi aggiuntivi rilasciati da Hamas, la tregua sarà prolungata di un altro giorno, ma in questo caso non si fa menzione dell’ulteriore rilascio di prigionieri palestinesi.
L’accordo è un significativo colpo di propaganda per Hamas e una vittoria personale per Yahya Sinwar, il leader del gruppo terrorista a Gaza e mente dell’assalto del 7 ottobre, secondo Israele. Usa, Ue, Russia e Cina hanno tutti accolto con favore l’intesa, che secondo gli auspici di Egitto, Qatar e Giordania dovrebbe ora portare a più seri colloqui di pace.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto a Israele di impiegare i quattro giorni per valutare attentamente il futuro politico della regione al termine della guerra. Papa Francesco, che proprio oggi ha incontrato una delegazione di famigliari di ostaggi e una di palestinesi, ha lanciato un appello a pregare per la pace, sottolineando la sofferenza di entrambi: “Le guerre fanno questo ma qui siamo andati oltre alle guerre. Questa non è guerra, questo è terrorismo”.
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