Di anni ne sono passati 33 ma Salvatore è cresciuto con la voglia di verità, spinto anche dalla madre, Ignazia Cannata.
“Giocavo con un padre che non ricordo, amavo un padre che non ricordo! Non ricordo che nomignolo adottasse per richiamare la mia attenzione, non ricordo né il suo viso, né la sua voce”. Eppure non c’è pietismo nelle sue parole, c’è invece la carica esplosiva di chi è convinto di essere dalla parte giusta della storia e di volerla scrivere, quella storia, che processualmente è arenata. E allora per la famiglia Gioitta sono stati anni di indagini accurate che, per chi di carte processuali ne ha lette tante, non hanno nulla a che invidiare al miglior investigatore. Manca, però – oltre ai colpevoli -, persino le parole “vittima di mafia”.
Niscemi, interno giorno. È il 21 marzo 1990, le lancette battono le nove, minuto più minuto meno. Il territorio (criminale) è quello della cosiddetta “quinta mafia”, la violentissima Stidda, nata in Sicilia a cavallo delle province di Agrigento, Caltanissetta e Ragusa, la stessa che ha strappato alla vita il giudice Rosario Livatino.
Nicola Gioitta viene ucciso con due colpi d’arma da fuoco e sgozzato post mortem. Ha ventinove anni, è un gioielliere siracusano, trapiantato a Niscemi apre una gioielleria nella via più importanti della città. Ama il suo lavoro, la sua famiglia e soprattutto ha un “vizio”: quello di non cedere alla mafia ed ai mafiosi, quello di non piegarsi al pizzo. È un uomo libero, esattamente come Libero Grassi e tanti altri. Viene fatto oggetto di una rapina, quella del 21 marzo: “una rapina finita male” si dirà. Tutt’altro per i familiari ed anche per chi, da mesi, ha tentato di spulciare le tante carte processuali.
Nicolino Gioitta
Per la verità anche per la dottoressa Giannola, il prefetto di Caltanissetta che nel 1997 vergò parole certe: “Ad avviso di questa Prefettura, il defunto Gioitta può ritenersi vittima innocente della mafia, nella considerazione che la vittima, al tempo dell’evento, risultava estranea ad ambiente e rapporti delinquenziali. Inoltre l’efferatezza e la modalità del delitto possono, a ragione, annoverarsi tra le tipiche esecuzioni mafiose tendenti all’immediata eliminazione della vittima, il cui gesto serviva a intimare gli operatori economici del luogo”.
Eppure nessun responsabile e, tenetevi forte, nessun riconoscimento di “vittima innocente di mafia”. No, incredibile. E allora Salvatore ha letto e riletto quelle “sudate carte” processuali. Ed i nomi li ha trovati, eccome se l’ha fatto. Conferme che troviamo anche dal collaboratore di giustizia Luigi Di Modica che riferisce di aver saputo dell’omicidio da esponenti del clan Madonia (uno dei più feroci, operante proprio a Niscemi). Una rapina con finalità mafiose. E che l’esecutore fosse “Trainito (…) con Alia Sebastiano, inteso u mostru”.
Salvatore lo indica in una lettera indirizzata all’allora ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Liborio Trainito, detto U Canzirru o Ganzirru, criminale efferato, feroce e violento come pochi, appartenente al clan dei pastori (poi, appunto, Stidda) dopo anni di “dis-onorato” servizio per cosa nostra. Il killer era specializzato in estorsioni, furti, rapine, omicidi. Spesso, in particolare, “per far sapere agli altri (cosa nostra) che un omicidio è stato commesso da lui, costui prima sparava una o due volte e poi sgozzava”. La stessa modalità feroce di esecuzione che riguardò il giovane gioielliere.
“La rapina perpetrata nella nostra gioielleria ha finanziato il viaggio di Liborio Trainito da Niscemi al varesotto dove commise altri omicidi, ma non solo – afferma Salvatore – l’acquisto di armi per commettere altri omicidi per conto della famiglia mafiosa di appartenenza nella lotta a cosa nostra. Mio padre è stato vittima di una rapina con finalità mafiose, con lo scopo di prendere oggetti di valore senza pagarli, ritenendo credibile anche la richiesta estorsiva, rifiutata. Per questo motivo si è girato dando le spalle ai delinquenti, che in quel momento non erano ancora con l’arma puntata. Primo colpo alle spalle, ferito cade a terra con le ginocchia flesse, spalle al muro, testa al muro. Si avvicinano e a distanza di pochi centimetri sparano in fronte, poco sopra l’occhio, prendono il coltello e lo sgozzano tranciando la carotide e lasciandolo esanime lì, dopo di che fuggono presumibilmente da un’intercapedine posta sopra la porta blindata”.
Ci sarebbe tanto da cui ripartire per indagare. Ne è convinta la famiglia del gioielliere. E lo fa con un appello accorato. “Abbiate pietà, cuore e compassione! Se lo merita mio padre per il suo sacrificio. Se lo merita mia madre che meritava la sua famiglia con suo marito e con i suoi figli. Me lo merito io che meritavo un padre, una madre e dei fratelli. Me lo merito io perché meritavo un futuro migliore, fatto di crescita sana e non di giornate della memoria o di autopsie, indagini e foto. Oggi ho 34 anni, sono sposato e lavoro nel pubblico impiego, ho sempre odiato la mafia e la sua montagna di letame. Come fa lo Stato italiano, che sia un Giudice, un Prefetto o chiunque esso sia a rappresentarlo, a non chiedere mai nulla in merito all’omicidio di mio padre. Come si fa?”.
Nicolino e Salvatore Gioitta
E infine: “Se chiudo gli occhi e penso a mio padre, riesco solo a vedere le immagini del suo omicidio, di quella gola tagliata… di quello sguardo nel vuoto. Mia moglie mi ha regalato la stampa di una foto, che tengo sul mobile all’ingresso di casa. C’è mio padre che mi tiene in braccio, sorridenti! Quella foto mi dà il buongiorno, quella foto mi dà la buonanotte. Spero un giorno di poter dimenticare tutto questo ma, per adesso, prendo quell’abbraccio che non ho mai ricevuto ma che adesso mi dà quella foto! Con pazienza, rispetto, amore e cuore rilascio questa intervista, sperando che chi la legga possa tenerne conto con pazienza, rispetto, amore e cuore”.
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