Il secolo di Kissinger, l’uomo che non si è mai fermato
Ma c’è anche chi lo chiama un criminale di guerra, chi gli rimprovera il ruolo o la tacita approvazione nel golpe di Pinochet in Cile, chi lo associa al Watergate che portò Nixon alle dimissioni. Di certo, se il Novecento è stato “il secolo breve” secondo la nota definizione dello storico Eric Hobsbawm, quello dell’ex-segretario di Stato e consigliere per la sicurezza della Casa Bianca è stato un secolo lungo, un’esistenza “larger than life” come si dice in inglese: una vita fuori dall’ordinario, unica, eccezionale, la sua parola ascoltata fino all’ultimo come un concentrato di acume e saggezza da leader politici, giornalisti, politologi. “Una perdita enorme, un vecchio amico del popolo cinese” è il primo omaggio che gli arriva dalla televisione di Pechino.
Nato in Baviera il 27 maggio 1923 in una tipica famiglia ebraica piccolo-borghese, Heinz Alfred Kissinger lascia la Germania nel 1938 in seguito alle persecuzioni antisemite dei nazisti per trasferirsi con i genitori a New York. Brillante a scuola, allo scoppio della Seconda guerra mondiale ottiene la cittadinanza americana e si arruola nell’esercito: viene mandato al fronte nel suo Paese di origine, dove si mette in mostra come interprete per la sua conoscenza del tedesco. Al ritorno in patria completa gli studi laureandosi ad Harvard, dove ottiene ben presto una cattedra in affari internazionali. Nel frattempo conosce Nelson Rockefeller, il banchiere miliardario gli offre un posto nella sua fondazione e gli presenta il presidente Eisenhower: l’inizio di una carriera politica che lo porta a collaborare sia con i repubblicani come l’ex-generale comandante in capo degli Alleati nella Seconda guerra mondiale che con i democratici Kennedy e Johnson.
Ma è quando Richard Nixon vince le presidenziali del 1968 che Kissinger entra alla Casa Bianca come consigliere per la sicurezza nazionale. Un ruolo chiave, dal quale passa poi a quello di segretario di stato, la designazione del ministro degli Esteri negli Stati Uniti, posti che gli permettono di determinare una triplice svolta di peso storico negli affari internazionali. “Nell’era delle armi nucleari non può esserci pace senza equilibrio di forze” è la formula che guida il suo sforzo diplomatico, un negoziato permanente per evitare l’apocalisse atomica fra le due superpotenze.
Pioniere della distensione con l’Unione Sovietica, Kissinger porta avanti le trattative per la riduzione degli arsenali strategici denominate Salt 1 e Salt 2, migliorando le relazioni fra l’America di Nixon e l’Urss di Breznev.
Contemporaneamente, intraprende due viaggi segreti in Cina per aprire i rapporti fra Washington e Pechino: incontra Mao Tse Tung e il premier cinese Ciu En Lai, prepara il terreno alla storica visita del presidente Nixon in Cina. Anche questo un passo gigantesco, una mossa da grande scacchista, che divide i due Paesi guida del mondo comunista, Urss e Cina, permettendo agli Usa di giocare contemporaneamente su due tavoli e di trarre vantaggi da entrambi. Anche economici: la Coca-Cola si prende la Cina, la Pepsi-Cola si prende la Russia, e l’America allunga il suo soft power sul mondo intero. Sorridente e suadente, dotto e arguto, spregiudicato e curioso, Kissinger conquistava con la sua intelligenza quelli che erano stati fino ad allora i nemici giurati di Washington. Un presagio della globalizzazione, l’avvio di una trasformazione epocale che è tra i primi a intravedere.
La terza mossa è la fine della guerra in Vietnam, un progetto curato per anni, nella consapevolezza che non poteva continuare un conflitto creato dalla guerra fredda, impopolare nell’America in cui decine di migliaia di giovani sono chiamati sotto le armi dal servizio di leva (soltanto inseguito l’esercito americano è diventato professionista), contestato come un’interferenza neo-colonialista nelle piazze di mezzo mondo. Del resto era stata proprio l’emorragia di risorse umane e finanziarie del Vietnam a spingere il democratico Johnson a non ricandidarsi alla Casa Bianca nel ‘68, offrendo a Nixon l’occasione di una inaspettata rivincita dopo la sconfitta patita nelle presidenziali del 1960 contro John Kennedy. Kissinger tratta a Parigi con il Vietnam del Nord, ottiene nel 1973 il Nobel per la pace insieme alla sua controparte nordvietnamita Le Duc Tho, anche se la guerra continua per altri due anni e si conclude con la mesta, concitata fuga degli ultimi soldati e diplomatici americani, in elicottero, dal tetto dell’ambasciata di Saigon.
La guerra fredda, non ancora conclusa, lascia un’ombra sulla sua carriera straordinaria: Kissinger è accusato di sostegno al colpo di stato in Cile che nel ’73, lo stesso anno del Nobel per la pace per il Vietnam, porta al potere il generale Pinochet rovesciando il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, ucciso dai golpisti nell’assalto al palazzo presidenziale. Tremila cileni muoiono nel putsch, molti di più vengono imprigionati, perseguitati e repressi in una lunga dittatura. Pur affermando sempre di essere stato estraneo al complotto, il segretario di Stato americano ne viene considerato corresponsabile.
È sicuramente estraneo al programma di intercettazioni e registrazioni illecite passato alla storia come lo scandalo Watergate, che nel ’74 porta Nixon alle dimissioni: ma il suo nome rimane comunque legato a quello di un presidente finito nel fango, nonostante i brillanti risultati dei suoi due mandati. Il loro rapporto non è sempre facile: Kissinger racconterà a Oriana Fallaci lo sconcerto provato quando Nixon gli chiede di inginocchiarsi al suo fianco a pregare, nello studio ovale della Casa Bianca. Ma per influire sulla politica americana e mondiale bisogna lavorare con l’uomo più potente della terra: “Ciò che mi interessa”, confessa sempre alla Fallaci, “è quello che si può fare con il potere”.
Resta alla Casa Bianca per la breve successione di Gerald Ford, poi, dopo la vittoria del democratico Jimmy Carter nel 1976, apre a New York una società di consulenze politiche, la Henry Kissinger & Associates, e con quella continua a intrattenere rapporti per altri quarantacinque anni con i potenti del mondo. “Uno dei più abili diplomatici americani”, così lo ricordano ora Tricia e Julia Nixon, le figlie del presidente, descrivendo la relazione fra il padre e Kissinger come “una partnership che ha prodotto una generazione di pace”. Aggiungono una nota più personale: “Henry Kissinger verrà ricordato a lungo per tutto quello che ha realizzato come diplomatico ma è il suo carattere che noi non dimenticheremo mai”. Anche il carattere, in effetti, ha lasciato il segno: la passione per il calcio e per le donne, come testimoniano fra l’altro le sue foto accanto alla principessa Diana, una curiosità insaziabile, l’amicizia con Gianni Agnelli e con la famiglia Rockefeller. Ancora a quasi un secolo di vita, continuava regolarmente a recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin in colloqui riservati, a tu per tu, solo con un interprete, richiesti dal presidente russo: nessun altro americano ha incontrato Putin così tante volte, nessuno lo ha conosciuto così bene. Intervistato dalla Bbc nel 2022, Kissinger rammenta di averlo incontrato per la prima volta a metà degli anni Novanta, quando il futuro capo del Cremlino era soltanto il vice sindaco di San Pietroburgo: “Chiacchierammo in tedesco”, lingua che Putin aveva imparato in Germania est come agente del Kgb, “mi era sembrato intelligente, seppure animato da una visione quasi mistica della Russia”.
I suoi ultimi interventi sono proprio sulla guerra in Ucraina e sulle crescenti tensioni con la Cina: in ciascuno dei casi Kissinger ha continuato a predicare il dialogo, la ricerca di soluzioni non affidate alla forza, la necessità di coesistere anche quando interessi e sistemi politici divergono. Un pragmatismo che per i suoi critici era cinismo, per i suoi estimatori la consapevolezza che la pace è il valore più importante di tutti: una lezione che Heinz Henry Kissinger aveva imparato sulla propria pelle, da bambino, fuggendo dalla Germania di Hitler alla vigilia della guerra e dell’Olocausto.
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