Lo stato dell’arte in Emilia-Romagna”, in programma venerdì primo dicembre a Reggio Emilia nei chiostri di san Pietro.
“Su 3.500 detenuti nelle carceri dell’Emilia-Romagna (di cui 2.600 con condanne definitive), circa 900 vengono occupati alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria nei cosiddetti lavori domestici: aiuto cuoco, pulizie, manutenzioni, gestione della spesa – spiega – Decisamente minoritaria invece, circa 150 persone, la quota di chi opera all’interno della struttura, ma alle dipendenze di aziende esterne in mansioni quali falegnameria, lavanderia, produzione di pasta fresca, sartoria, coltivazioni agricole. Un ulteriore centinaio, infine, ha la possibilità di accedere al lavoro esterno”. La situazione è ancora più critica per le donne, per le quali “i progetti lavorativi sono praticamente inesistenti, così come i percorsi di inserimento lavorativo per le persone disabili”.
Secondo il garante, “questi dati sono preoccupanti e chiamano a intervenire tutti i soggetti preposti, dato che rappresentano una palese disapplicazione delle norme vigenti secondo le quali tutti i detenuti dovrebbero lavorare”. Diverse le concause: “I limiti imposti dall’architettura degli edifici penitenziari dove non ci sono spazi adeguati per svolgere le attività, c’è un aspetto legato alla sicurezza e alle problematiche comportamentali dei detenuti. Rimane radicata una certa diffidenza – prosegue – Lavorare in carcere non è riconosciuto come un valore sociale per un’azienda, per esempio se un abito di sartoria viene realizzato in carcere, è meglio non dirlo”.
Esistono però casi virtuosi come quello di Fare impresa alla Dozza di Bologna nel settore della metalmeccanica e Libelabor impresa sociale, che nel carcere di Parma gestisce una lavanderia industriale. “Il traguardo è lontano, ma sono ottimi segni di speranza per il futuro”, conclude.
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