Fischer aveva appena minacciato di ritirarsi dal match mondiale contro il campione sovietico, Boris Spassky, lasciando così ai russi il predominio incontrastato del gioco. Kissinger, però, scacchista provetto, aveva capito che in palio non c’era solo una partita, un titolo sportivo: in piena guerra fredda gli Stati Uniti non potevano abbandonare il campo di battaglia, nemmeno se costituito da 64 semplici caselle, se dall’altra parte l’avversario era sostenuto dal Cremlino.
Kissinger dimostrò, una volta di più, la sua arte retorica, la sua capacità di risvegliare orgoglio e appartenenza, la sua forza diplomatica. Fischer si convinse e parti per Reykjavi’k, in Islanda, dove avrebbe sconfitto Spassky in quella che ancora oggi è ritenuta “la partita del secolo” e regalando a Washington una vittoria che venne acclamata in tutto il Paese. Un successo che pose fine ad almeno 24 anni di ininterrotto dominio scacchistico sovietico, un record che Mosca custodiva gelosamente perché riteneva dimostrasse la sua potenza intellettuale sulle altre nazioni.
Quella di Kissinger, però, fu una telefonata che permise agli scacchi di raggiungere una notorietà mai avuta prima e di diventare uno dei giochi più diffusi. Prima della partita tra Fischer e Spassky, il governo americano era relativamente interessato agli scacchi. Al contrario, milioni di cittadini sovietici giocavano fin dalla più tenera età, e poi a scuola e nei circoli ricreativi.
Alla fine degli anni ’50 la Federazione scacchistica statunitense contava circa 2.000 giocatori attivi ma dopo la conquista del titolo da parte di Fischer quel numero raddoppiò. I giornali e le televisioni celebrarono il match con grandi titoli e Kissinger, che aveva capito come il giocatore newyorchese potesse diventare ‘un eroe’, ottenne un altro enorme successo come diplomatico e Consigliere alla sicurezza.
Ci sono tante leggende attorno alla telefonata. Il New York Times interrogò Fred Cramer, all’epoca uno dei pochi a cui Fischer si rivolgeva, una specie di portavoce, e vice-presidente della Federazione a stelle e strisce. Cramer confermò che Kissinger telefonò “alla stella americana degli scacchi” ma non raccontò altri particolari. Non disse quando e cosa si dissero. Lasciò intendere che l’esortazione andò a buon fine e che, probabilmente, furono trasmesse a Fischer anche le parole di Nixon.
Alcune versioni sostengono che la chiamata avesse avuto toni più severi ma i più convergono che il messaggio risuonasse più o meno in questo modo: “L’America vuole che tu vada laggiù e sconfigga i russi”. Non era più una questione di pezzi Bianchi o Neri. E Fischer, che in futuro si sarebbe scontrato più volte con Washington, fino a diventare un reietto, un nemico (tanto da morire in Islanda), sentì il richiamo del suo Paese attraverso le parole di Kissinger.
A questo, ovviamente, bisogna aggiungere anche altri elementi che contribuirono a convincere il giocatore americano: il raddoppio del montepremi, grazie al banchiere James Derrick Slater, e la possibilità di Fischer di avanzare altre condizioni legate alla sala di gioco e al rapporto con i media in loco. Kissinger tornerà poi a usare gli scacchi come metafora politica nel 2009, in un’intervista a Der Spiegel commentando le scelte dell’allora presidente Obama nella costruzione di una politica estera pacifica e improntata al tendere una mano al mondo islamico, Iran in testa.
“Obama è come un giocatore di scacchi che sta giocando una simultanea (più partite insieme contemporaneamente, ndr) e ha deciso di usare un’apertura insolita”. Sottolineando poi di non avere niente in contrario con quella mossa ma che sarebbe stato decisivo vedere come il presidente Usa avrebbe reagito alle contromosse dell’avversario.
L’importanza di Kissinger nel mondo degli scacchi, infine, è sottolineato anche da una foto che Magnus Carlsen, ex campione del mondo, pubblicò sui suoi social dopo il loro incontro, qualche anno fa. Kissinger vedeva il mondo e la politica sopra una grande scacchiera, il luogo ideale dove strategia, tattica e pazienza, soprattutto quest’ultima, trovano ancora oggi la loro massima espressione.
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