Marzio Mian, se ne parla poco rispetto alla grande sfida geopolitica che lo scenario artico produrrà nei prossimi anni, ma perché l’Artico è sempre più strategico?
Rispetto a quando ho iniziato a occuparmi dell’Artico 10-12 anni fa, se ne parla di più. Io ero l’unico in sostanza che si occupava di Artico soprattutto sul campo, se ne parlava dal punto di vista scientifico e anche geopolitico ma tra studiosi, io ho cominciato a raccontare questa travolgente trasformazione dell’Artico sul campo e cioè le conseguenze del cambiamento climatico dal punto di vista politico, sociale, economico, etico. Praticamente mi ero reso conto che eravamo di fronte a un nuovo mondo, quasi una nuova scoperta dell’America, un nuovo continente che improvvisamente si affaccia nella grande storia dell’umanità, una parte del mondo che era ibernata nella storia, sempre uguale, e anche idealmente piaceva che ci potesse essere nel nostro mondo complesso e problematico, e anche inquietante, un posto invece sempre uguale a se stesso, ibernato nella storia. E invece questo mondo si è messo in moto e quindi oggi è un tema dominante, se si esclude la cronaca che è quella della guerra in Ucraina e in Medio Oriente. Però è forte la percezione a diversi livelli che questo sarà un tema sempre più importante nei prossimi anni. Soprattutto tutto è cambiato con il febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina perché appunto le prime ripercussioni di uno scontro, di una terza guerra mondiale diciamo, dove oltre appunto a uno scontro armato che è quello dell’Ucraina, ci sono anche altri scontri al livello strategico, culturale, anche religioso, dove è andato in crisi l’equilibrio internazionale, questo si è visto molto nell’Artico, che anche durante la guerra fredda è stato un teatro di sfida, il famoso film “Caccia a ottobre rosso”, dove Stati Uniti e Unione sovietica giocavano al gatto e il topo con i sommergibili, però era comunque un’area che rimaneva ancora fuori dalle aree più calde del mondo dal punto di vista militare e strategico. Una regione del mondo in sostanza quasi condannata alla pace. Rimase famoso il discorso a Murmansk nel 1987 in cui Gorbačëv, che rappresentava già la parte perdente della guerra fredda, fece un appello perché l’Artico rimanesse un luogo di pace. Poi c’è il Consiglio Artico che è questo organismo intergovernativo di cui fino a pochi anni fa nessuno sapeva dell’esistenza che invece man mano che il ghiaccio si scioglieva è diventato sempre più importante e frequentato fino al livello dei Ministeri degli Esteri, Hilary Clinton e Lavrov, piuttosto che Pompeo e di nuovo Lavrov. Questo Consiglio Artico che si occupava di gestire le questioni dell’Artico, esclusa quella della sicurezza, ma tutte quelle ambientali, di gestione intergovernativa per la pesca, l’ambiente, le nuove rotte. Questo patto del ghiaccio ha retto anche durante l’annessione della Crimea (2014), ci furono delle sanzioni ma il Consiglio Artico tenne. Questo non è accaduto con l’Ucraina: quel patto del ghiaccio è diventato una nuova cortina di ghiaccio dove le nazioni occidentali del Consiglio Artico hanno interrotto i rapporti con la Russia (ricordiamo che la Russia occupa il 52% delle coste artiche ed è la potenza artica storica sin dal 700 con Pietro il Grande) e questo è stato un segnale netto di un salto di qualità rispetto all’importanza dell’Artico per la sicurezza internazionale e della sua importanza strategica di prima grandezza. Per varie ragioni lunghe da spiegare, è il luogo dove si trovano circa il 40% delle materie prime non ancora sfruttate del pianeta e poi è un’area contesa per ragioni logiche perché l’uomo ha sempre approfittato dei cambiamenti climatici nella sua storia e anche in questo caso, in un mondo sempre più desertificato, sovraffollato e alla ricerca di risorse, ecco che si presenta questa opportunità. Nel momento in cui la Russia è il nemico pubblico numero uno dell’Occidente, l’Artico è il baricentro del potere russo dal punto di vista energetico, economico, militare, strategico. Come mi è stato detto al Dipartimento di Stato l’artico è il bancomat di Putin che gli permette di finanziare le guerre, la sua visione neoimperiale. Ma soprattutto i russi non permetteranno mai che venga messa in discussione la sua sovranità perché appunto colpire la Russia nell’Artico significa minacciare l’esistenza della Russia tout-court. L’Artico russo confina con la NATO nel mare di Barents e quindi tra Norvegia/Artico europeo e Artico occidentale russo è dove c’è la più alta concentrazione militare e di testate nucleari al mondo. È chiaro che ci sono tutte le condizioni perché l’Artico diventi il protagonista, l’area segnata in rosso per i prossimi anni, ma lo è già da parte anche degli americani che si sono mossi in ritardo rispetto ai russi per il dominio della regione, hanno un pò sottovalutato negli anni passati l’importanza dell’area nonostante i continui richiami dei norvegesi e non solo per un impegno maggiore, fatto sta che oggi l’Artico è in cima ai pensieri degli Stati Uniti. Poche settimane fa a Reykjavik durante il Forum sull’Artico, che è una specie di Davos dell’Artico, l’ammiraglio Rob Bauer, capo del Consiglio Militare della NATO, ha detto che c’è un altissimo rischio di conflitto nell’Artico. Ha citato i test dei missili ipersonici russi, dei Poseidon nucleari, e poi soprattutto l’alleanza tra Russia e Cina che nell’Artico è un dato di fatto. Diciamo che l’amicizia cosiddetta illimitata tra Xi Jinping e Putin riguarda quasi totalmente l’Artico: per la questione energetica la Cina ha bisogno soprattutto del gas liquido naturale, per le nuove rotte, che sono la scorciatoia della globalizzazione e per la Cina sono fondamentali perché la Cina è già al monopolio con il dominio sul 90% del traffico marittimo internazionale nei mari cinesi. A maggior ragione visto anche il conflitto in Medio Oriente e i rischi anche del transito tradizionale via Suez, Russia e Cina sono ancora più determinate a investire e sviluppare la rotta artica, la Northern Sea Route, che i cinesi chiamano la via della seta polare. Quindi energia, traffico marittimo, pesca: il pesce è la proteina più richiesta al mondo e l’Artico sta diventando l’oceano più pescoso del mondo perché molti stock di pesci preziosi e pregiati fanno rotta verso nord in cerca di acque più fredde quindi già oggi circa il 50% del pesce dell’Artico americano è nel mercato americano e lo stesso per il mercato europeo, e sarà così sempre di più. Quindi dal momento in cui si aprono nuove acque internazionali con lo scioglimento dei ghiacci e con la tecnologia che aiuta questo processo, queste acque sono sempre più accessibili e quindi le navi fabbrica cinesi, coreane e giapponesi saranno sempre più presenti in quelle acque. Bisognerà capire quanto Stati Uniti, Canada, Norvegia, accetteranno questa presenza. Comunque per gli Stati Uniti quello della pesca è uno dei temi più sensibili dal punto di vista delle possibili crisi, dei possibili casus belli, soprattutto le Svalbard, dove i russi sono sempre più attivi nella loro parte con pescherecci più o meno veri e più o meno finti, con una certa determinazione a fare delle isole Svalbard un cavallo di Troia nell’Artico chiamiamolo della NATO.
Quali sono le grandi risorse materiali che fanno dell’Artico la più grande riserva del mondo? E in quali aree sono collocate?
L’Artico russo è un pò il bancomat di Putin, come ho già detto, la penisola di Yamal è l’Arabia Saudita dell’Artico, circa l’80% del gas liquido naturale del mondo viene da lì e il 40-42% delle esportazioni di idrocarburi russe derivano dall’Artico. Ed è solo una piccola parte quella che viene sfruttata perché ci sono grandi bacini ancora inesplorati. Poi del pesce ne abbiamo parlato. Nell’artico russo ci sono i materiali fondamentali per le batterie elettrice (nichel, cobalto) che continuano ad essere sfruttate ed esportate anche in Europa, sono esenti da sanzioni (paradossalmente ma non tanto paradossalmente, sono le ipocrisie della nostra epoca, anche il gas liquido naturale continua a arrivare in Europa). L’Artico è fondamentale per la Norvegia che è un emirato del nord e tra nord Atlantico ma soprattutto il mare di Barents, la Norvegia è una potenza petrolifera e sta aprendo nuove concessioni nell’Artico e l’ENI è un grande attore per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e del gas nel mare di Barents norvegese. L’elenco è lunghissimo. La Groenlandia sicuramente ha un ruolo centrale nella questione delle risorse dell’Artico, perché parlando per esempio delle terre rare detiene il 25% delle terre rare del pianeta, oltre che l’uranio, i metalli preziosi e le pietre preziose e quindi è un’isola molto contesa. Fino a 2 anni fa la Cina era l’interlocutore privilegiato degli Inuit (ricordiamoci che la Groenlandia pur essendo indipendente fa ancora parte del regno di Danimarca, anzi rappresenta il 90% del regno di Danimarca, Danimarca che è nazione NATO), ma in 2 anni gli americani hanno scalzato i cinesi e hanno riacquistato, anche tramite la Danimarca messa sotto pressione, quell’influenza che avevano durante la guerra fredda con le loro basi in Groenlandia, ma oggi gli Stati Uniti sono determinati ad avere una posizione di privilegio e di team maker in Groenlandia sia dal punto di vista dello sfruttamento delle terre rare, dove hanno messo in campo anche i pezzi da 90 del capitalismo digitale americano, Bill Gates, Jeff Bezos, che gestiscono quella che potrebbe essere la più importante miniera di terre rare in Groenlandia. Gli Stati Uniti hanno anche aperto una sede diplomatica a Nuuk, la capitale groenlandese, quindi sì la posta in gioco è enorme. Io descrivo sempre la Groenlandia come un nuovo Congo, un’isola dove ci si contende il bottino.
Vediamo ciascuna potenza. Incominciamo dalla Russia. Sappiamo che Vladimir Putin vuole il Primato della Russia nell’Artico. Come si sta muovendo in questo scenario?
Putin è costretto ad allearsi alla Cina perché appunto, venendo a mancare con le sanzioni il know how e l’aiuto delle grandi aziende occidentali per lo sviluppo delle infrastrutture legate allo sfruttamento di gas e petrolio nell’Artico, la Russia si è rivolta alla Cina che già aveva investito moltissimo negli anni scorsi, circa dai 30 ai 40 miliardi di dollari fra porti, impianti, etc. Addirittura il porto di Sabetta di nuovo nella penisola di Yamal è stato finanziato quasi tutto con le banche di Stato cinesi, ma oggi la Cina è il partner fondamentale, tanto è vero che io poi penso sia un pò un’ipoteca: la Russia sta ipotecando il suo Artico e la Cina sta ad attendere, se le cose dovessero andar male per la Russia, la Cina incasserà. Comunque c’è anche dell’ansia militare, ci sono manovre navali congiunte anche davanti alle coste americane, nel mare di Bering ci sono state almeno due manovre navali tra russo- cinesi e quindi Putin continua a sfruttare l’Artico con nuovi investimenti, anche un impianto, il secondo più grande di LNG che stava a Murmansk che non era completato è stato completato dai cinesi. Oggi è sotto sanzioni, da un paio di settimane è stato messo sotto sanzioni da parte degli Stati Uniti, ma è stato completato. Poi la costruzione di 40-50 nuove basi, alcune riadattate, comunque negli ultimi 10 anni praticamente sono tra 40-50 basi di vario tipo, da basi aeree, operative, missilistiche, piuttosto che di stoccaggio di testate nucleari, la flotta del nord è ancorata nel Mar Bianco. Quindi presenza militare massiccia con armamenti sofisticati che non sono certo quelli che si sono visti un Ucraina, la gioielleria è ancora nell’Artico. Nell’Artico i russi continuano a fare grandi manovre militari, in territori estremamente ostili e quindi anche con grande dispiego di mezzi e finanziamenti. Insomma uno sforzo enorme perché come dicevo è il baricentro della potenza russa.
Come rispondono gli Usa a questo espansionismo artico dei totalitarismi? Hanno una strategia “polare”?
Sì, gli americani hanno una strategia polare soprattutto negli ultimi tempi. Hanno reso noto e divulgato una dottrina dove si evidenzia l’importanza strategica cruciale dell’Artico per gli Stati Uniti e per l’Occidente e dove si parla però non solo di Russia, ma anche moltissimo di Cina. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati del ruolo crescente della Cina sotto vari aspetti, in prospettiva anche quello militare. Come dicevo è già in atto nell’alleanza con la Russia, ma anche la presenza militare navale dei cinesi è contemplata. La differenza con la Russia in termini di rompighiaccio è enorme: diciamo che una potenza artica si definisce un pò in base al numero di rompighiaccio nucleari, i russi ne hanno oltre 40 con 2 o 3 in costruzione in questo periodo, gli Stati Uniti ne hanno 2, la Cina se non sbaglio ne ha una decina.
La Nato ha sufficiente capacità di deterrenza in questo scenario?
La NATO ha sempre più un’attrazione nordica, appunto con l’entrata della Finlandia e della Svezia la NATO evidentemente concentra il suo impegno nell’area nord orientale dell’Occidente e quindi mare di Barents, dove si susseguono grandi manovre, dove anche recentemente è arrivata la più grande portaerei del mondo, la Ford, dove tra l’altro i paesi scandinavi, la cosiddetta alleanza del nord tra Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, hanno messo insieme una capacità di difesa area impressionante con un numero di caccia importante. Stoltenberg è stato recentemente in Canada nell’Artico canadese a dare messaggi molto forti sia alla Russia che alla Cina e nell’Artico americano Stati Uniti e Canada stanno collaborando con brigate artiche congiunte, anche aeree, e quindi anche gli americani stanno aumentando massicciamente la loro presenza in Alaska, stanno riaprendo le vecchie basi della guerra fredda, anche con brigate di paracadutisti.
L’Unione Europea che ruolo ha?
L’Unione Europea conta pochissimo, i suoi impegni sono scientifici. C’è una tensione importante in Groenlandia nel tentativo di non rimanere spiazzati nella corsa per le terre rare perché anche l’Unione Europea è consapevole che quella può essere una risorsa con cui emanciparsi dalla dipendenza cinese rispetto ai semiconduttori e ai metalli preziosi. Per il resto c’è la presenza nella NATO, addirittura l’Italia con gli alpini ha sviluppato una collaborazione ben specifica sia con gli americani che con i norvegesi per la sua esperienza nella guerra bianca, quindi le truppe alpine sono sempre invitate a queste grandi manovre. L’Europa è abbastanza fuori dal tavolo che conta per il futuro dell’Artico.
Ultima domanda: quali fattori potranno scatenare tensioni e pericolosi rischi di conflitto?
Dicevo appunto la questione della pesca che può innescare delle crisi e poi ci sono le Svalbard, che tratto nel capitolo del mio libro dedicato all’arcipelago che scotta, perché il trattato delle Svalbard che risale al 1928 è datato e anacronistico e anche lacunoso, e quindi si presta ad essere sfidato. È complesso spiegare come funziona la questione della sovranità norvegese, come i norvegesi abbiano deciso anche unilateralmente di allargare anche alle Svalbard la legge del mare, quindi lo sfruttamento del mare, la pesca, e quindi questo viene messo in dubbio prima di tutto dalla Russia, ma anche da parte dell’Occidente ci sono delle perplessità e dei timori riguardo la tenuta di quel trattato e delle sue interpretazioni norvegesi. Poi una zona molto calda è sicuramente lo stretto di Bering perché è dove Stati Uniti e Russia confinano, tra l’altro un confine neanche definito perché non è mai stato sottoscritto dall’Unione Sovietica prima e dalla Russia dopo, quindi è ancora un confine marittimo possibilmente impugnabile, dove ci sono sconfinamenti quotidiani di caccia, dove ci sono state queste manovre russo-cinesi. Poi lo stretto di Bering diventerà sempre più cruciale per la questione del traffico marittimo, perché è da lì che si entra o si esce dall’Artico in navigazione sulla rotta Asia-Europa e quindi è sempre più densamente trafficato e sempre più sensibile dal punto di vista strategico.
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