Rendimento del titolo del Tesoro Usa a 10-anni negli ultimi 60 anni (recessioni in grigio)
L’OFFERTA ALL’INSEGUIMENTO DELLA DOMANDA
Evidentemente non siamo in tempi normali, poco meno di due anni fa la pandemia ha fatto irruzione sulla scena globale, spingendo prima i mercati e poi le economie in discesa verticale: in meno di un mese l’S&P 500 precipitò da quasi 3.400 punti a 2.300, per poi recuperare oltre il livello di partenza in 4 mesi, nel secondo trimestre del 2020 il PIL USA segnò una contrazione annualizzata di oltre il 30%, per poi rimbalzare ancora di più nel terzo. Per la catena globale di forniture energetiche e di componenti, inseguire mercati e economie su queste montagne russe non è stato facile. A chiudere rubinetti e produzioni si fa abbastanza presto, per riaprirli ci vuole più tempo. Il petrolio, ad esempio, per recuperare il crollo sottozero di aprile 2020 e riportarsi stabilmente sui livelli precedenti la pandemia ci ha messo più di un anno, come molte altre commodity e componenti industriali. Ma intanto economie e consumi erano ripartiti violentemente, per cui si è verificato il famoso fenomeno dei troppi soldi da spendere per comprare beni che scarseggiavano. Risultato inflazione.
COME NEGLI ANNI DEL DOPOGUERRA
Se i tre fenomeni sono collegati, e indubbiamente mercati, economie e ciclo di materie prime e forniture lo sono, si può immaginare che anche la terza variabile si comporti come le altre due, e dopo il picco al rialzo torni ai blocchi di partenza. Molti hanno detto che il virus ha avuto l’effetto di una guerra più che di una crisi sistemica come quella dei subprime USA o del debito europeo 3 anni dopo. Perché non trarne le conseguenze anche sul versante inflazione? Lo ha fatto sabato scorso sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ricordando lo strappo dell’inflazione negli anni del dopoguerra 1946-48: allora come oggi ci fu una corsa ai consumi con la gente che correva a comprare beni che negli anni della guerra erano diventati introvabili, mentre allora come oggi l’apparto produttivo faceva fatica a riconvertirsi alla domanda di beni civili dopo essersi interamente dedicato allo sforzo bellico.
RISCHIOSA LA LINEA BIDEN
Il fenomeno non fu capito dai policymaker nonostante non ci fosse nessuna spirale prezzi-salari e partì l’azione tradizionale di contrasto all’inflazione, vale a dire aumento del costo del denaro, che andò avanti anche quando la fiammata si era spenta da sola, con l’effetto di spingere l’economia in recessione e nel 1949 addirittura in deflazione. La Fed di Jay Powell non sembra pronta allo stesso errore, ma la decisione di Joe Biden di provare a recuperare un po’ di credibilità mettendo in cima all’agenda la lotta all’inflazione non promette niente di buono.
L’INFLAZIONE PIÙ CATTIVA È ANCHE LA PIÙ TEMPORANEA
E poi c’è inflazione e inflazione. Come acutamente notano Pramod Atluri e Ritchie Tuazon, gestori di Capital Group ce n’è una ‘flessibile’ fatta di prezzi di alimentari, energia e automobili, principale responsabile dello strappo, e una ‘vischiosa’, fatta di affitti, spese mediche e assicurative, destinata a durare, ma che viaggia intorno al target della Fed. L’inflazione flessibile invece, secondo i due esperti di Capital Group, è interamente dovuta allo shock da pandemia, come era dovuta al clima post bellico quella del 1946-48, e potrebbe tornare proprio come allora a zero o addirittura finire in territorio negativo. Il che sarebbe speculare, anche se capovolto, rispetto alle V disegnate dai mercati e dalle economie.
BOTTOM LINE
Sono tempi straordinari, e le lezioni della Storia vanno attinte da momenti altrettanto unici. Tra un anno gli investitori potrebbero confrontarsi con un’economia americana stabilizzata su una crescita del 2%, un’inflazione forse ancora appena più veloce, e tassi reali che si avviano a tornare verso la parità. Il percorso dei prossimi 12 mesi potrebbe essere accidentato, ma il punto d’arrivo resta favorevole alle azioni, per cui storni o anche correzioni rappresentano occasioni di ingresso.
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