Un’operazione interessante, che ha ricevuto applausi, anche se discutibile. La “Turandot” gozziana è una fiaba, sospesa quindi in un mondo di sogni nel quale la regina di ghiaccio (femminista ante litteram) può permettersi di cambiare idea in maniera repentina e salvare Calaf dopo averlo condannato. Il testo, di notevole difficoltà nella sua costruzione in versi, richiede scelte interpretative particolari per preservare l’atmosfera della fiaba. Collavino ha rinunciato a qualsiasi struttura scenica: il palcoscenico è vuoto, il fondale è costituito da pannelli che si aprono per far entrare e uscire i personaggi, gli unici attrezzi in scena sono delle sedie. Gli attori vestono abiti normali, non c’è nulla che richiami ad un mondo di fantasia o a qualche elemento di cineseria. Tutto è affidato all’azione e alla recitazione.
Collavino ha scelto una esposizione testuale molto veloce, a tratti quasi impersonale, monocorde con un effetto di straniamento volto probabilmente a ricordare che siamo lontani dalla passionalità dei personaggi pucciniani. Una impostazione che avrebbe richiesto una maggiore invenzione scenica, un ritmo narrativo più serrato e brioso, senza il quale lo spettacolo ha rischiato di apparire un po’ appesantito e poco brillante. Fa eccezione la scena finale che ha effettivamente regalato un momento di ilarità e di gustoso divertimento. Cast nell’insieme giovane e lodevolmente impegnato con Lisa Lendaro (Turandot) e Luca Oldani (Calaf) nei due ruoli principali; fra gli altri da citare Davide Lorino (Barach e Brighella) e Graziano Sirressi (Truffaldino), autori anche delle musiche eseguite dal vivo dallo stesso Sirressi.
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