Salvatore P., un volontario, descrive il tentato salvataggio di Romeo Sanna, 86 anni. L’anziano era ricoverato, insieme a Giuseppina Virginia Facca, Pierina Di Giacomo ed Emilio Timperi nel nosocomio. “Non capita spesso di assistere a scene come di questa sera… Mi sono dato da fare pure io ho cercato di aiutare i pazienti che uscivano da porte fumeggianti, ho fatto quello che potevo pure io – racconta Salvatore -. Ho cercato di aiutarti, ho fatto il possibile buon viaggio”.
Non è il solo ad essere intervenuto. L’AGI ha potuto parlare con due infermiere in servizio all’ospedale di Tivoli in quei momenti tremendi. “Ho avuto paura, tanta: non ho difficoltà ad ammetterlo. Per me, ma soprattutto per i miei pazienti”, racconta la donna. Secondo quanto si apprende, ci vorranno mesi perché l’ospedale possa riaprire a pieno le attività, anche perché una parte della struttura è stata sequestrata su disposizione del pm. “Almeno 2 mesi ci dicono, lo sto leggendo ora nelle chat delle colleghe”, conclude la donna ancora scossa. “C’è stata molta paura è stato veramente drammatico, non eravamo pronti. L’ultimo paziente lo stanno portando via adesso, fortunatamente sono stati tutti dislocati. La paura è stata tanta, per i pazienti e per chi era in servizio”, gli fa eco un’altra infermiera.
E proseguono gli sfoghi anche su Facebook da parte dei volontari. “Abbiamo fatto tutti il possibile. Ci perdonino le anime di chi non siamo riusciti a raggiungere in tempo… Che la terra vi sia lieve”, racconta Veronica F., di 32 anni. “Si potrebbero dire tante cose, infinite, ma a cosa servirebbe? Una grande disgrazia che non doveva accadere e che si poteva e doveva evitare. Perché un ospedale dovrebbe offrire cure, serenità, assistenza, conforto. In 12 anni di volontariato e 32 di vita, purtroppo questa è stata una delle notti più tristi – aggiunge la volontaria sul social -. Credetemi non è bello vedere gli occhi di un malato che trasmettono la pura paura di morire. Paura che gli sale ancora di più quando ti vedono entrare nelle stanze buie con il casco in testa, il respiratore sulla bocca e la divisa antincendio addosso”.
“Sentire persone che gridano, persone che pregano pensando che quella sia la loro ultima preghiera. Telefoni dei pazienti che squillano perché i loro cari sono in estrema preoccupazione, cercare di rispondere a più chiamate possibili per dare un sospiro di sollievo a chi ha l’anima in pena per il proprio caro ricoverato. Pavimento e pareti che emanano calore – ricostruisce -. Non puoi farti prendere dallo sgomento perché hai interi reparti da svuotare, scendendo e salendo ripetutamente 4/5 piani a piedi, portando pazienti sui lenzuoli adibiti a barelle. Vedere medici e infermieri che cercano di mantenere ordine e signorile pazienza in mezzo al fumo nocivo che ha invaso corridoi e stanze”.
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