Oggi, siamo in una situazione per certi versi simile. No, non è previsto un altro referendum. Ma come in quella consultazione popolare del 2016, ancora una volta il cuore del dibattito sono i migranti. In tal caso, non quelli dall’Est Europa, in teoria ora “scacciati” dalla chiusura delle frontiere tra Ue e Regno Unito, ma coloro che arrivano “illegalmente” sui barconi nella Manica. Certo, ci sarebbe da aggiungere che il problema dell’altissima migrazione netta nel Paese – oltre 740mila di arrivi in più di quelli che hanno lasciato il Paese nell’ultimo anno, record di sempre – sono principalmente coloro che entrano nel territorio britannico con un visto regolare, e non chi si affida al destino su un gommone, che sono in calo di circa un terzo rispetto al 2022, come ha ricordato lo steso Sunak.
In ogni caso, come accaduto in Australia circa due decenni fa, quello del Ruanda nei piani dell’esecutivo è innanzitutto un deterrente. La soluzione “offshore” per “fermare i barconi” è stata battezzata da Canberra nel 2013, quando circa 20mila migranti si avventurarono nell’oceano da Indonesia, India e Sri Lanka. Da allora, l’Australia ha adottato una linea durissima, spedendo i migranti irregolari in centri-prigione su isolotti come Nauru (la più piccola repubblica del mondo con i suoi 21 chilometri quadrati) e Papua Nuova Guinea. Una decisione esecrata da ong e associazioni, anche per i centri di accoglienza stracolmi nei primi anni. Tuttavia, il deterrente ora sembra aver funzionato. I campi di Nauru e in Papua Nuova Guinea si sono svuotati e da allora pochissimi barconi all’anno hanno provato a raggiungere l’Australia.
Qualora la soluzione Ruanda dovesse funzionare anche nel Regno Unito, i tories tornerebbero ad avere possibilità, se non di vittoria, perlomeno di rovinare la festa ai strafavoriti laburisti alle elezioni del 2024, avanti di circa 25 punti secondo i sondaggi. Anche perché il leader laburista Sir Keir Starmer ha annunciato più volte di voler revocare il progetto Ruanda, secondo lui inutile e controproducente. Proprio due sere fa, lo stesso Ministero dell’Interno britannico ha ammesso, sul suo sito, di aver pagato altri 100 milioni di sterline a Kigali dopo i 150 di qualche mese fa. Insomma, il Ruanda sinora ha incassato 250 milioni di sterline (circa 300 milioni di euro) ma non ha accolto nemmeno un migrante, per via dei ricorsi giudiziari dei migranti a Londra e in Europa.
Ora Sunak promette che la nuova legislazione firmata qualche giorno fa – un accordo bilaterale con il Ruanda – venga incontro alle segnalazioni della Corte Suprema che tre settimane fa ha bocciato il piano di espulsione in Africa dei migranti perché “non c’è la certezza che Kigali sia un Paese sicuro” e tantomeno che “i richiedenti asilo vengano rispediti nelle loro nazioni di origine, dalle quali sono scappati”. Sunak non ci sta. Due giorni fa, in conferenza stampa, ha confermato che il Ruanda è un Paese civile, democratico e che la giustizia britannica “non potrà più mettere bocca sulle espulsioni” perché Kigali e il resto della nazione africana “sono sicure”: i “migranti e richiedenti asilo illegali non potrebbero più tornare sul suolo britannico”.
Potrebbe però trattarsi di un wishful thinking. Ossia, la linea del governo britannico è che tutte le condizioni umanitarie siano state soddisfatte, che il Ruanda “è un Paese sicuro” per loro (senza fornire altre prove) nonostante la sentenza contraria della Corte Suprema solo qualche settimana fa. E soprattutto che, in base alle nuove modifiche alla legge in questione, ai migranti spediti in Africa e che non hanno i requisiti per ottenere l’asilo politico, sarà comunque permesso di rimanere in Ruanda come “residenti permanenti”, invece di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine.
A tal proposito, nella legislazione di emergenza che si voterà martedì alla Camera dei Comuni a Londra, il primo ministro britannico si gioca più o meno tutto. Sarà perlomeno una fiducia simbolica, se non pratica. Il che è incredibile perché, spodestare Sunak, significherebbe avere il quarto primo ministro per i conservatori nel giro di circa due anni. Roba che renderebbe il partito lo zimbello della politica europea, e difatti l’altro giorno il presidente dei tory Richard Holden ha esplicitamente parlato di “insanity”, “follia” di fronte a cotanta ipotesi.
Il problema è che il partito conservatore pare politicamente esausto dopo 13 complicati anni al potere, segnati da austerity, gravi crisi finanziarie mondiali, il Covid e soprattutto la Brexit. Riuscire per lo meno a contrastare l’immigrazione irregolare e far funzionare lo schema Ruanda è una delle pochissime strettoie rimaste a Sunak per provare a evitare una disfatta probabilmente inevitabile alle elezioni del 2024, perché non solo per una volta metterebbe all’angolo il Labour ma soprattutto potrebbe anche convincere molti elettori tory a tornare alla base e non votare Reform Uk. Ossia il partito di destra radicale figlio dell’Ukip e del Brexit Party, il cui patron è ancora una volta Nigel Farage, per i sondaggi al 10% proprio per la sua linea durissima sull’immigrazione. I conservatori così rischiano di perdere almeno 50 seggi, per colpa di Reform Uk.
Il nuovo piano Ruanda di Sunak però nel partito non piace a molti dell’ala massimalista anti migranti, quella degli ex ministri “Cruella” Braverman e il recentemente dimesso Robert Jenrick, che non lo considera una misura sufficiente: per loro è necessario uscire dalle convenzioni internazionali sui rifugiati, una soluzione “nucleare” che Sunak al momento non prende in considerazione. Allo stesso tempo, però, le proposte non soddisfano neanche molti deputati tory moderati, che considerano il progetto Ruanda eccessivamente costoso per i contribuenti e assolutamente inefficace: sinora, a causa delle sentenze contrarie dei giudici, nessun migrante “illegale” è stato inviato in Africa, nonostante i circa 300 milioni di euro spesi.
Diversi consiglieri legali del primo ministro, come riporta stamattina il Times, lo hanno messo in guardia: anche l’ultima versione del piano, che Sunak ha definito “la legge più severa di sempre contro l’immigrazione clandestina”, ha diverse falle. Soprattutto una: l’articolo 4, che prevede la possibilità di ricorso dei migranti alle corti inglesi in caso di “eccezionali circostanze che mettano in pericolo le persone”. Una ipotesi, secondo diversi esperti, troppo ampia che potrebbe comunque portare a una marea di cause legali e bloccare, ancora una volta, le espulsioni: “Lo schema Ruanda non ha più del 50% di probabilità di successo”, ha spiegato Victoria Prentis, l’attorney general, ossia il massimo esperto legale dell’esecutivo.
Il programma Ruanda differisce sensibilmente dall’intesa Italia-Albania sui migranti firmata dall’esecutivo Meloni, poiché si tratta di una misura molto più radicale. I migranti e richiedenti asilo considerati “illegali” da Londra, infatti, sarebbero spediti nel Paese africano con “un biglietto di sola andata”: ovvero, anche se dovessero vedere accettata la loro richiesta di asilo o permanenza, rimarrebbero comunque in Ruanda e non potrebbero tornare nel Regno Unito. L’altra fondamentale differenza è che, secondo i progetti originari del governo Sunak, le autorità britanniche avrebbero passato le responsabilità di accoglienza e valutazione delle richieste di asilo completamente a quelle ruandesi, una volta arrivati i migranti nel Paese africano. Secondo l’accordo tra Meloni e il leader albanese Rama, invece, sono sempre le autorità italiane a gestire hotspot e centri di accoglienza in Albania, che non è membro Ue, e a processare le richieste di asilo dei migranti. Anche per questo, è una questione politicamente esistenziale per Sunak e il suo partito. E il primo ministro britannico si gioca molto, se non tutto, martedì.
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