I risultati definitivi sono attesi per il 18 dicembre. Oltre ad al-Sisi altri tre candidati sono in lizza, che però non godono di grande sostegno popolare: Farid Zahran, leader del Partito Socialdemocratico egiziano (Pse), Abdel-Sanad Yamama, dirigente del Partito Wafd e Hazem Omar, a capo del Partito popolare repubblicano. Il capofila dell’opposizione liberale, Hisham Kassem, è invece fuori gioco a causa della sua condanna lo scorso ottobre a sei mesi di carcere.
Stessa sorte per l’ex parlamentare Ahmed al-Tantawi, che per mesi ha concentrato tutte le speranze dell’opposizione, salvo poi rinunciare alla candidatura lo scorso 13 ottobre. Il suo direttore di campagna elettorale aveva dichiarato di aver ottenuto solo 14 mila firme di cittadine sulle 25 mila necessarie per potersi presentare alla votazione, ma in realtà diversi sostenitori di al-Tantawi hanno denunciato di essere stati aggrediti, minacciati o impediti di registrare la propria candidatura da parte di funzionari vicini al potere.
Il presidente uscente al-Sisi gode invece di 424 firme di deputati, su 596 seggi, e 1,135 milione di firme di cittadini. L’economia è il tema principale della campagna elettorale e sfida di governo del prossimo mandato presidenziali: due terzi dei 105 milioni di egiziani vivono al di sotto o appena sopra la soglia di povertà. L’inflazione è a quota 40% e la sterlina egiziana è stata svalutata di quasi il 50% per soddisfare i criteri del Fondo monetario internazionale. Di conseguenza i prezzi di tutti i beni – quasi tutti importati in Egitto – sono balzati in alto mentre i recenti aumenti e bonus annunciati dal presidente destinati ai pubblici dipendenti e ai pensionati hanno avuto pochi effetti
Oltre ai gravi problemi economici e sociali che stanno portando il Paese sull’orlo del baratro, l’altro buco nero riguarda le diffuse violazioni dei diritti umani e le libertà calpestate. Le leggi generali limitano ancora le libertà degli egiziani e decine di migliaia di persone sono incarcerate per motivi di opinione politica.
Al-Sisi, ex maresciallo e ministro della Difesa dell’islamista Mohamed Morsi, sali’ al potere nel 2013, quando i Fratelli Musulmani furono cacciati dal potere da un golpe. Nonostante la brutta pagella economica, si appresta ad essere riconfermato, con un risultato in linea con le due precedenti presidenziali – del 2014 e del 2018 – vinte con oltre il 96% dei consensi.
Le sue possibilità di essere rieletto sono anche la conseguenza della debolezza dei suoi rivali e della sua opera di mediatore nella guerra tra Israele e il gruppo islamista palestinese Hamas. Per Farid Zahran, il fatto che altri candidati abbiano potuto presentarsi alle presidenziali è da considerare “un miracolo”, tenuto conto della repressione ai danni dell’opposizione in atto da un decennio e della limitata apertura politica in Egitto.
Zahran, 66 anni, è una figura di spicco dei movimenti studenteschi degli anni ’70 che ha alle spalle mezzo secolo di esperienza politica. A metà del 2022, di fronte alle dure critiche rivolte al governo egiziano, al-Sisi ha lanciato il cosiddetto “Dialogo Nazionale” per unire tutte le forze politiche del Paese, compresa l’opposizione, con l’obiettivo di trovare soluzioni alla situazione socio-economica e fornire segnali di apertura. “Stiamo cercando di vincere la battaglia per il cambiamento e la transizione democratica sulla base di un sistema a punti, non con il colpo letale o il k.o. tecnico”, ha detto Zahran a pochi giorni dalle presidenziali, avvertendo che un cambiamento brusco porterebbe l’Egitto a “un collasso con conseguenze fatali che non potrebbe sopportare”. Al centro del suo programma elettorale c’è l’amnistia per tutti i prigionieri di coscienza e l’avvio di “un percorso lungo” per “una transizione democratica”.
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