LO SCUDETTO VINTO CON LA ROMA
“È stato bellissimo, l’entusiasmo era all’ennesima potenza. Dopo il primo anno da allenatore alla Roma, abbiamo lavorato per riuscire a raggiungere questo obiettivo; la finale di Coppa Italia persa ci ha fatto capire che eravamo davvero vicini a quelle che erano le campionesse in carica e abbiamo capito che potevamo provarci.
È un traguardo che abbiamo fortemente ricercato perché avevamo la consapevolezza che potevamo arrivare a qualcosa di veramente incredibile. È stato fatto un grande lavoro a livello di club e di staff. È andata come doveva andare.”
LA TUA CARRIERA DA CALCIATORE
“La mia è stata una carriera molto tranquilla sul campo, mi sono divertito e alla fine ho fatto quello che sono riuscito a fare. Ho ottenuto qualche buon risultato, ma lavorando nella massima serenità, sempre con impegno e dedizione. Quando ho deciso di smettere è arrivata la possibilità di diventare allenatore e l’ho colta subito con entusiasmo. Giocavo come centrocampista. Non è necessario aver giocato ad alti livelli per allenare ad alti livelli, però tante cose vissute da calciatore mi hanno insegnato come rapportarmi a mia volta con le giocatrici; certe dinamiche le capisci solo se le vivi.”
LA DECISIONE DI DIVENTARE ALLENATORE
“Appena smisi di giocare, Silvano Benedetti che era il responsabile settore giovanile del Torino, mi chiese di andare a Torino ad allenare le giovanili e io accettai subito perché mi piaceva l’idea di rimanere nel calcio. Inizialmente l’ho presa come una cosa di forte passione e poi pian piano è diventato qualcosa di più importante. Nel momento in cui mi hanno proposto di allenare una prima squadra professionistica Ho dovuto mettermi in discussione. Ho allenato per 12 anni le giovanili del Torino ed è stata una palestra di vita incredibile perché ho allenato tante categorie e mi sono confrontato con ragazzi di età differenti. Lavorare in un club professionistico è sempre motivo di grande confronto con gli altri. Il mio passaggio alla Juventus è avvenuto in un momento in cui la Juve aveva un progetto molto grande e quando mi hanno proposto di andare a lavorare per loro, ho accettato con l’idea di migliorarmi ancore e a far crescere le squadre. Ho lavorato per la Juventus 6 anni e sono stati anni molto intensi. L’attuale responsabile dell’area femminile, un giorno, mi chiese di allenare la primavera che iniziava un percorso a livello nazionale; io decisi in una manciata di secondi di accettare la proposta. Fino a quel momento avevo allenato solo maschile, ed ero alla guida dell’U14. L’ho vista come un’opportunità e una nuova possibilità.”
IL CALCIO FEMMINILE
“Sono amico di Rita Guarino e quindi grazie a lei avevo già idea di cosa fosse il calcio femminile. Il primo giorno che sono stato presentato alla squadra primavera, ricordo il silenzio surreale e totale delle ragazze che ascoltavano quello che avevo da dire. La voglia di imparare e di ascoltare che avevano le ragazze è stata la cosa che mi è saltata subito all’occhio.
Ho allenato per la prima volta in serie A con l’Empoli; era il periodo del lockdown e ricevetti Una chiamata dal direttore sportivo dell’Empoli che mi disse che avevamo pensato a me come prossimo allenatore per la prima squadra. L’esperienza all’Empoli è terminata perché la società aveva scoperto che avevo dei contatti con altri club o meglio L’Empoli tardò a chiedermi un rinnovo e nel contempo iniziarono ad arrivare richieste da diversi club.”
LA PERCEZIONE DEL CALCIO FEMMINILE
“Noi abbiamo il dovere di offrire uno spettacolo sempre migliore per fare cambiare idea a chi valuta il calcio femminile in modo diverso da quello maschile. Il calcio può essere giocato dei maschi come dalle femmine, come avviene in tanti sport. Il calcio è calcio. Quello che io cerco di trasmettere alle giocatrici sono gli stessi principi e concetti che trasmettevo nel calcio maschile. È chiaro che serve avere occhio rispetto a quello che le ragazze possono fare in campo, a livello fisico la differenza c’è ma è normale che ci sia.”
LA SITUAZIONE ATTUALE DEL CALCIO ITALIANO
“L’aspetto positivo è il fatto che livello si stia alzando e le partite che si vedono sono più piacevoli, c’è grande attenzione da parte di molti grandi club nei confronti del settore femminile. Quello che manca ancora invece è la visibilità e in questo i club possono fare qualcosa ma non possono fare tutto, a differenza delle strutture che invece potrebbero dare più risonanza. Il professionismo ha dato tutele e assicurazioni alle giocatrici, e questo può essere uno stimolo anche per le giovani che approcciano questo mondo.
I dati sull’ultimo mondiale sono impressionanti: gli stadi pieni solo un segnale; le partite sono state viste molto anche in televisione e questo fa capire che potremmo essere sulla strada giusta.
Anche noi in Italia dovremmo mettere a disposizione il calcio femminile in TV, così da provare ad appassionare più telespettatori possibile. Mi piacerebbe che il campionato fosse più lungo e che partecipassero più squadre; insomma mi piacerebbe una Serie A femminile più competitiva.”
LA CHIAMATA
“Ho sempre visto la Roma come la squadra che per me giocava meglio. Anche nell’anno in cui ero a Empoli, mi ha sempre dato la sensazione che fosse la squadra che giocasse meglio, con delle idee, con dei princìpi che si avvicinano a quelli miei. Quindi, quando c’è stata questa chiamata, anche lì ci ho messo veramente pochi secondi e mi sono seduto, mi ricordo, ero in piedi… mi sono seduto e ho detto “Ah, dico adesso di sì, senza parlare di niente. Mi chiamò Elisabetta Bavagnoli e mi disse che lei avrebbe assunto un altro ruolo e quindi aveva pensato a me come allenatore. È vero che stavo chiacchierando anche con altri. Però, la Roma rappresentava veramente una squadra che per me poteva veramente ambire a qualcosa di importante. Poi ho sùbito percepito da lei e poi lei nei colloqui seguenti col direttore sportivo Gianmarco Migliorati anche la percezione, l’ambizione e la voglia di veramente fare qualcosa di importante.”
L’AMBIENTE A ROMA
“Il primo impatto è stato fantastico. Mi sembrava di essere lì da tanto tempo. Cioè, ho subito avuto la percezione di essere una famiglia, come se le persone mi conoscessero già, come se io conoscessi già le persone. Tant’è vero che io ho ereditato tutto lo staff che aveva Elisabetta prima. Ho potuto dopo poco tempo riscontrare che era anche uno staff di persone straordinarie, sia dal punto di vista umano, ma anche dal punto di vista professionale. E questo sicuramente è stato per me la cosa più importante che mi ha anche facilitato l’inserimento, perché comunque arrivare da solo in una piazza come Roma con giocatrici importanti non era così semplice, invece è stato molto più facile proprio per questo motivo.
GLI OBIETTIVI
“In uno dei primi colloqui con Elisabetta le feci una precisa domanda e le dissi: “Ma qual è la nostra strada? Dove vogliamo andare? Perché qui in Italia probabilmente arriveremo ad essere tra le migliori squadre italiane”. Lo era già la Roma, aveva vinto una Coppa Italia, quindi, insomma, non arrivai proprio in una squadra completamente da rifondare. Lei mi disse: “Io ho una visione europea, ambisco a vedere una squadra con un’identità precisa”. Il primo obiettivo che ci eravamo dati era veramente provare ad arrivare a giocarci qualche partita di Champions. Questo era il primo anno e il primo obiettivo di quell’anno era centrare almeno il secondo posto per provare ad andare in Champions. E poi, è chiaro, da lì è tutto stato un provare a crescere, con una programmazione molto attenta da parte dell’area tecnica e dell’area sportiva. Nel secondo anno ci siamo resi conto che potevamo provare a colmare il gap con la Juventus, e quindi vincere il campionato. A oggi l’obiettivo è quello di confermarci in Italia e di avere stabilità. Però credo che il principale obiettivo sia veramente sempre quello di arrivare a giocarci ogni anno la competizione europea più importante, perché è veramente qualcosa di diverso, di unico.”
LA PROPRIETÁ AMERICANA
“Penso sia importante. Loro in effetti non ci hanno mai fatto mancare nulla. Sono sempre stati molto presenti sia nelle dichiarazioni, ma anche presenti come persone, perché più volte sono venuti a vedere le nostre partite, sono venuti al centro sportivo a complimentarsi con noi quando abbiamo vinto e a darci la forza per poter arrivare all’obiettivo. Il calcio in America è forse lo sport più importante a livello femminile e questo è sicuramente molto importante.”
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