Quando Sullivan dice di non essere arrivato per dire “fate X oppure Y” vuol dire che non è in Israele per imporre decisioni al primo ministro Netanyahu e si riferisce soprattutto a due temi. Il primo, il più urgente, è la transizione da una campagna cosiddetta “ad alta intensità”, come la definisce Sullivan, ed è quella in corso fatta di raid aerei devastanti sulla Striscia, a una cosiddetta “fase differente”, che tradotto dal diplomatichese vorrebbe dire meno bombardamenti e più operazioni specifiche per eliminare i leader di Hamas. Sullivan ha citato i due capi più ricercati: Yahia Sinwar e Mohammed Deif.
Il secondo tema riguarda il dopoguerra e il ruolo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), che governa la Cisgiordania. L’Amministrazione Biden vorrebbe che estendesse il suo controllo anche alla Striscia di Gaza, ma soltanto dopo una fase di aggiornamento e di rafforzamento (deve soprattutto aumentare il numero delle sue forze di sicurezza, perché dovrà anche gestire i due milioni e trecentomila palestinesi di Gaza). Il governo israeliano invece non vuole questa soluzione perché sostiene che Gaza si trasformerebbe in un “Fatah-stan”, dal nome del partito Fatah.
In un’intervista tv con la giornalista Yonit Levi della rete israeliana Channel 12, Sullivan ha detto che la transizione ci sarà – quella da guerra da alta intensità a operazioni specifiche – e che non dice quando avverrà perché né lui né il governo israeliano vogliono telegrafare a Hamas le loro intenzioni. La stampa in questi giorni aveva offerto alcune stime per la fine dei bombardamenti più brutali, che vanno da due settimane a un mese. Il bilancio nella Striscia di Gaza ha superato i diciannovemila morti, secondo il ministero della Sanità di Gaza, e più della metà sono donne e bambini.