“Corretta e tempestiva la decisione
di fare uscire l’Italia dalla Via della Seta, ma ora è
indispensabile un impegno pubblico e privato concentrato anche
su questioni infrastrutturali e di analisi delle catene globali
di approvvigionamento, focalizzando le risorse sugli interventi
sostanziali e non perdendo di vista un quadro economico e
commerciale che vede comunque una percentuale altissima di
imprese italiane dipendere per una quota rilevante da materiali
strategici prodotti in Cina”. Alessandro Santi, presidente della
Federazione degli agenti marittimi, Federagenti, sottolinea che
va potenziata la rete logistica, in quanto “un eventuale stop
del 50% delle forniture cinesi di prodotti insostituibili
potrebbe essere stimabile nel 2% del Pil nazionale (circa 40
milioni di euro, il valore di quasi 2 finanziarie 2024)”.
Secondo Santi, che parte da uno studio presentato dalla Banca
d’Italia nella serie degli Occasional Paper di novembre 2023, la
dipendenza dell’economia italiana dai materiali strategici di
provenienza estera e in particolare dalla Cina, risulta
consistente: un sondaggio sulle aziende italiane più esposte
dice che su 515 prodotti strategici che determinano livelli di
dipendenza apprezzabili il 15% delle aziende italiane (ma pari
al 25% del valore aggiunto della produzione), risultano
dipendenti dai prodotti cinesi che non sono facilmente
sostituibili ricorrendo a fornitori di altri Paesi. “Con i
fenomeni di near o re-shoring spesso fermi al palo e comunque
deludenti rispetto alle previsioni formulate in periodo
pandemico – dice Santi -, oggi per un Paese come l’Italia è
essenziale controllare e non subire la catena logistica”.
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