E cosiì esprimere la rabbia e il rifiuto delle politiche annunciate. È il primo vero test per il nuovo presidente dell’Argentina, un programma di stabilizzazione che aspira a ricostruire l’economia mettendo fine all’endemico deficit fiscale. La mobilitazione è iniziata dopo il messaggio del presidente in cui annunciava una profonda deregolamentazione dell’economia, l’abrogazione di molteplici leggi e regolamenti e il ‘via libera’ alla privatizzazione delle aziende pubbliche, creando i presupposti per lo scontro con i gruppi sociali che si sono impegnati a opporsi alla sua “terapia shock”.
Proteste a Buenos Aires in Argentina
“La Patria non è in vendita” e “Sciopero generale” sono alcuni degli slogan scanditi dalla folla, che portavano bandiere argentine, pentole e padelle, e che hanno iniziato a marciare verso la piazza subito dopo aver ascoltato il messaggio del presidente Milei alla televisione nazionale, trasmesso alle 21. Il 20 dicembre è tra l’altro anniversario delle rivolte sociali che costarono la presidenza a Fernando de la Rua nel 2001 e provocarono 39 morti; e l’Argentina ha vissuto una giornata intensa.
Proteste a Buenos Aires
Nelle strade di Buenos Aires, la folla convocata dalle organizzazioni sociali guidate dal Polo Obrero. Secondo l’ultraliberale Milei, che solo un mese fa ha conquistato la presidenza sconfiggendo al ballottaggio il ministro dell’Economia del governo peronista, Sergio Massa, l’Argentina potrà tornare ad essere “una potenza mondiale”, come all’inizio del secolo scorso, ma per questo occorre “smantellare l’enorme quantità di norme che hanno impedito, ostacolato e fermato la crescita economica”.
Il ‘decreto di necessita’ urgente’ (Dnu), che oggi sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e che nelle prossime settimane sarà discusso nelle sessioni straordinarie del Congresso nazionale convocato nonostante le vacanze estive, mira a trasformare “tutte” le imprese statali in società per azioni per la loro “successiva privatizzazione”.
“Abbiamo ricevuto la peggiore eredità della storia”, ha denunciato il capo dello Stato, che ha denunciato il fardello ereditato dai governi degli ultimi anni, per lo piu’ di carattere peronista, “il deficit consolidato del 15% del Pil, il più alto carico pressione fiscale al mondo, la mancanza di riserve nella Banca Centrale, la fiducia creditizia distrutta, l’emissione monetaria sfrenata e la crisi inflazionistica annuale del 15.000%”.
Il piano del governo prevede anche misure come l’abrogazione della legge sugli affitti, la possibilità per le società calcistiche di diventare società per azioni se lo desiderano, e l’autorizzazione alla cessione totale o parziale del pacchetto azionario di Aeroli’neas Argentinas. Ma ne contiene anche altri che puntano direttamente alla deregolamentazione dell’attività economica, come l’abrogazione della legge sull’Approvvigionamento, che prevede sanzioni per le aziende in caso di carenza di determinati prodotti, e la legge delle Gondolas, che obbliga i supermercati a offrire un minimo di prodotti fabbricati da piccole aziende.
Dopo la lettura di un manifesto dal titolo “Abbasso il ‘piano motosega’ di Milei e del Fondo monetario internazionale”, in cui gli organizzatori chiedevano alle centrali sindacali – oggi assenti – di unirsi alle future mobilitazioni e accusavano il ministro della sicurezza, Patricia Bullrich di “criminalizzare la protesta sociale”, i manifestanti si sono ritirati da Plaza de Mayo. “Questa è una dittatura militare”, ha dichiarato Eduardo Bellibini, leader del Polo Obrero, la principale organizzazione.
Gli unici momenti di tensione tra i manifestanti e la polizia si sono verificati all’inizio del corteo, quando diversi agenti hanno caricato i manifestanti. Il presidente ha supervisionato l’operazione dal Dipartimento di Polizia Federale, insieme ai ministri della Sicurezza e quella del Capitale Umano, Sandra Pettovello, nonché a sua sorella, Karina Milei, segretaria generale della presidenza e principale consigliera del presidente.
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